Archivio della Categoria 'Analisi sensoriale'

Il caffè del futuro

di Luigi Odello

Segretario generale dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè, è professore di Analisi sensoriale alle Università di Udine, Verona e Cattolica di Piacenza. E’ inoltre presidente del Centro Studi Assaggiatori e segretario generale dell’Istituto Nazionale Espresso Italiano.

La filiera del caffè è una di quelle lunghe, soprattutto è una di quelle i cui nodi molte volte non si conoscono neppure: chi raccoglie i chicchi nei Paesi tropicali raramente ha idea di come verranno lavorati e delle attese del consumatore finale.

E’ di queste che noi desideriamo trattare, perché il caffè del futuro, quello di successo, sarà quello capace di soddisfare i desideri dei consumatori delle società che lo consumano. E’ pur vero che la soddisfazione delle attese copre un grande arco della percezione andando dalle modalità rituali al locale in cui viene consumato, ma tra queste una notevole importanza è rivestita dalle tendenze sensoriali.

Utilizzando i dieci punti strutturati dal Centro Studi Assaggiatori possiamo tentare di delineare il volto del caffè vincente.

Crescono gli scolarizzati del gusto

In futuro avremo sempre più tempo a disposizione, e una parte di questo servirà a fare crescere gli scolarizzati del gusto, quelli che frequentano corsi per riappropriarsi di autonome capacità di scelta attraverso un uso efficace degli organi di senso. E’ una tendenza già ben visibile al giorno d’oggi: basti pensare alle 5.000 persone che hanno frequentato i corsi dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè. L’aumento degli scolarizzati del gusto avrà come riflesso l’aumento della ricerca della soddisfazione edonica ricavabile del caffè e si farà molto più forte il passaparola per la segnalazione dei prodotti buoni e cattivi presenti in commercio. Le aziende che mirano alla qualità avranno un sicuro alleato, le altre saranno penalizzate.

Crescita del movimento critico del gusto

La sempre minore fiducia di riuscire ad avere un ruolo nella gestione dei grandi problemi sociali porterà gli individui a crearsi microcosmi dai quali ottenere stima, autorealizzazione e, più in generale, gratificazioni. Il piccoli piaceri della vita saranno sempre più importanti, e il caffè fa sicuramente parte di questi. Ci sarà quindi più attenzione verso la qualità di quello che si beve, si vorrà sempre più unire il sapore al sapere e dimostrare la propria competenza in materia.

Declino delle differenze di genere

Uomini e donne saranno sempre più uguali in fatto di gusti e quindi di consumi. Il caffè diventa quindi compendio di incontri e i luoghi di consumo teatro della vita di relazione. In questo ambito saranno ricercati riti nuovi ed esperienze sensoriali diverse.

Ricerca dell’esperienza sensoriale perduta

Non sappiamo quanto sia vero, ma sono in molti a dire che il caffè non ha più l’aroma di una volta, quel profumo intenso e variegato che permeava i bar. La crescita di sistemi di somministrazione che dedicano sempre meno attenzione alla qualità olfattiva, si pensi solo alla distribuzione automatica, e di un certo tipo di miscele per casa - dove, quando va bene, solo il tostato la fa da padrone - hanno privato i consumatori di una risposta efficace a una domanda che probabilmente trova origine nella genetica stessa. Bene, il futuro vedrà schiere di individui alla ricerca di queste esperienze sensoriali.

Ritorno agli aromi autentici (le 3 P)

Potenza, perfezione, profondità: sono le tre qualità che distinguono una tazza di caffè eccellente. L’espresso italiano deve una parte del suo successo nel mondo a queste attese, seppure inconsapevoli, del consumatore, perché è un concentrato di aromi, e quando sono buoni sono i protagonisti di un momento sublime di appagamento sensoriale.

Ma se il metodo di preparazione è importante perché capace di estrarre quanto di più premiante c’è in una miscela, la medaglia ha anche il suo rovescio: se la miscela è di cattiva qualità farà ancora più sfoggio delle sue caratteristiche negative rispetto all’estrazione attraverso metodi più blandi (per esempio filtro e moka).

Il ritorno agli aromi autentici ridurrà anche la tendenza ad alcune esperienze, come l’aromatizzazione del caffè, mentre produrrà l’incremento delle associazioni tradizionali, come con il latte o, per certe culture, con i distillati.

Universalizzazione del floreale

Il floreale è il profumo simbolo della vita stessa ed è in forte crescita sulla scala del gradimento. Nel caffè trova la sua maggiore espressione in quelli maturati ad altezze elevate - dove maggiore è l’escursione termica tra il giorno e la notte - trattati con il sistema a umido, quindi sottoposti a fermentazioni in acque cristalline e fresche. Sicuramente ne saranno avvantaggiate le miscele non troppo tostate che ne contengono quantità rilevanti, ma anche il consumo delle tipologie in purezza, le monorigini, che stanno sempre più affacciandosi sulla scena del consumo in Italia.

Declino del fruttato

L’aroma fruttato è uno dei più ambìti in quanto promessa di risorse energetiche facilmente assimilabili. Ma nel corso degli anni, nelle economie industriali, è stato massificato e utilizzato per rendere più gradevoli prodotti come i medicinali, subendo così una volgarizzazione e un ancoraggio negativo. Nel caffè è quasi sempre correlato positivamente al floreale e un poco sottotono rispetto ad altre sensazioni, quindi non avrà rilevanza sui consumi.

Contaminazioni culturali

La globalizzazione produrrà un’omologazione trasversale e parallela dei diversi modi di consumare il caffè. Se fino a ieri l’Italia beveva espresso e gli Stati Uniti il filtro, già oggi, ma soprattutto domani, gli americani vorranno l’espresso e gli italiani si rivolgeranno anche ad altri metodi di preparazione. La segmentazione tra le diverse tipologie avverrà soprattutto sulla base del momento: un caffè lungo al mattino, magari monorigine, un espresso nella pausa delle dieci, un moka dopo pranzo, per esempio.

L’avvento di macchine che lavorano il caffè in grani, consentendo così di ottenere diverse preparazioni, favorirà questa tendenza. E il caffè diventerà sempre più rito e sempre meno abitudine.

Ricerca della morbidezza

Il mondo ha bisogno di carezze. Quindi sotto il profilo tattile al caffè sarà richiesta una sempre maggiore setosità e l’assoluta assenza di astringenza. L’espresso italiano preparato con miscele di alta qualità sarà sicuramente avvantaggiato, perché avrà corpo, sciropposità, cremosità. Bevande come il cappuccino, che per loro natura accentuano la carezzevolezza tattile, saranno sicuramente premiate. E se la panna sarà sempre più contestata sotto il profilo salutistico, la soddisfazione del bisogno di morbidezza sarà ricercata in bevande tradizionali autentiche.

Ricerca della coerenza sensoriale

Anche se il consumatore non è un assaggiatore provetto, il suo inconscio verifica il livello di coerenza tra le percezioni fornite dai diversi organi di senso o tra le percezioni di diversa natura fornite dallo stesso senso. Nel caffè il floreale/fruttato deve matenersi in determinati rapporti con il tostato/speziato, l’acidità con l’amaro, l’amaro e il sentore tostato con il colore della crema. A un caffè filtro o moka non si richiederà la crema nè la sciropposità, mentre per un espresso sarà fondamentale. E così via.

Riflessioni finali

In conclusione il caffè del futuro sarà quello capace di appagare il sapore e il sapere, i momenti rituali e le esigenze di una vita che si dividerà tra momenti di lavoro sempre più frenetici e l’esigenza di dare un volto gratificante al tempo libero anche e soprattutto attraverso i piccoli piaceri e lo spazio da dedicare a se stessi. Per il caffè, purché sensorialmente appagante, si possono prevedere:

  • un nuovo interesse verso le monorigini;
  • un aumento dell’uso del caffè in grani sia a casa che in ufficio grazie alle nuove macchine che rendono possibile la macinazione istantanea e diversi tipi di preparazione;
  • un maggiore utilizzo del porzionato sia a casa che sui luoghi di lavoro;
  • la tenuta di sistemi tradizionali, come la moka in Italia, che consentono una notevole ritualità e un buon utilizzo delle monorigini;
  • la crescita dell’espresso italiano nel mondo.

Buono o cattivo, si paga uguale

di Luigi Odello

Segretario generale dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè, è professore di Analisi sensoriale alle Università di Udine, Verona e Cattolica di Piacenza. E’ inoltre presidente del Centro Studi Assaggiatori e segretario generale dell’Istituto Nazionale Espresso Italiano.

L’espresso al bar è rimasto uno dei pochi prodotti del Bel Paese dotati di forte valenza edonica che si paga uguale, buono o cattivo che sia. Il suo prezzo dipende infatti molto più dalla latitudine - al Sud costa mediamente meno - che non dal piacere erogato.
State a sentire: due bar in zona Loreto a Milano, tutti e due di gradevole aspetto e di dimensioni ragguardevoli. Il primo, il Bar Gatto dotato anche di un ampio spazio all’aperto. Entro e vengo accolto da un bancone sfavillante dietro il quale campeggia una luccicante Faema posta in modo che il barista non volga le spalle al pubblico. Ordino un caffè e il barista prontamente lo mette in macchina. Non posso vedere più di tanto come compie le operazioni, ma mi pare si muova con professionalità. La prima sorpresa: appena compiuta l’operazione esce dal suo spazio, viene al bancone e mi dice: «Guardi, ne ho fatti due, perché uno lo bevo io, scelga quello che le piace di più». Ragazzi, per un istante ho creduto di non essere a Milano. Osservo i due espresso: in uno c’è una leggera macchia bianca - il solito problema che le due uscite del gruppo non danno quasi mai caffè gemelli - e quindi prendo l’altro. Bella crema color nocciola di tessitura fine, un aroma leggermente floreale al naso. In bocca è setoso, ben bilanciato tra amaro e acido, e poi sviluppa un’aroma complesso in cui si scorgono pan tostato, cacao, frutta essicata e frutta secca. Chiedo il nome della miscela perché non c’è modo di rilevarlo: Prestige della Covim. Mi complimento, faccio quattro chiacchiere e pago: € 0,80.
Proseguo nella mia opera di visite ai bar nell’ambito della ricerca sulla qualità dell’espresso indetta dall’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè e, poco più avanti, entro in un altro bar elegante dal nome accattivante: Bar del Corso. Anche qui il personale è cortese. Entro sul discorso, in quei giorni di grande attualità, del prezzo del caffè a Milano. Mi assicurano che non lo aumentaranno fino a quando il fornitore non aumenterà loro la miscela. Ordino un espresso e prontamente il barista sgancia il gruppo da uno di una bella Cimbali, lo carica con una battuta netta, lo pressa con energia, elimina i granellini di caffè sul bordo del filtro, lo aggancia al gruppo e osserva il caffè mentre scende, cessando l’erogazione nel momento giusto. Nulla da dire, il suo mestiere lo sa fare e ha una buona coscienza della professione.
Me lo porge e lo osservo. La crema ha un colore giusto, ma la tessitura è grossolana. Al naso si avverte netto il sentore di paglia, erba secca e terra bagnata. In bocca è corposo e spesso, ma appena deglutito il sorso, la lingua si fa rasposa e l’interno della guance raggrinzisce. Compaiono a livello retrolfattivo gli stessi sentori percepiti per via nasale, ma sono più potenti e fastidiosi ancora. Pago: € 0,90. E memorizzo il nome della miscela: Hardy. Mi avvio verso il bar successivo, in compagnia di un’astringenza che non intende lasciare il mio cavo orale. Spero di trovare di meglio, ma mi è passata la voglia di caffè e ho paura di non essere un buon giudice per il campione che mi sarà somministrato.


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