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Espresso Italiano Experience a Prato

Si svolge oggi a Prato il seminario Espresso Italiano Experience, che fornisce ai partecipanti una preparazione di base all’assaggio dell’espresso italiano. Lo conduce Alessandro Brilli, Espresso Italiano Trainer dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè.

“Il corso nasce da una collaborazione fra Co.Ind e Confcommercio di Prato e avrà altri appuntamenti – racconta Brilli – Tutti con l’obiettivo di farlo diventare un punto fermo nella programmazione formativa di Confcommercio Prato”. 

Tutto, o quasi, su caffè e salute

Caffè e Salute è una guida realizzata dagli esperti dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri e, in particolare, a cura della dottoressa Alessandra Tavani. Dopo una breve introduzione, con la descrizione dei principali tipi di caffè, della loro composizione e delle tipologie di bevande in cui si declina più spesso in Italia (caffè espresso, moka, solubile), si passa alla descrizione più dettagliata delle proprietà farmacologiche della caffeina e del caffè, riassumendole in uno schema esemplificativo.

Il caffè ha effetti benefici, in modi e misure differenti, sui principali distretti corporei, dal sistema nervoso centrale, all’apparato cardiovascolare, fino a quello gastrointestinale. Nel libretto, inoltre, è possibile “gustarsi” un’analisi del rapporto tra caffè e rischio malattie. La conclusione, al termine della disamina è chiara, il caffè è promosso a pieni voti, ma solo se bevuto con moderazione, come si legge nel testo: “In una persona sana, un consumo di 3-4 tazzine di caffè al giorno sembra essere compatibile con un buono stato di salute”.

Per i giapponesi il caffè è sinonimo di pausa

di Carlo Odello
(Consigliere e docente dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè)

Come ragionano coloro che muovono il mercato giapponese del caffè, vale a dire distributori, buyer, operatori dell’HoReCa? Ce lo racconta il Caffè Italia che abbiamo svolto a Tokyo a marzo scorso in occasione di Foodex, la più importante fiera del settore in Giappone. Giunto alla sua quarta edizione, grazie alla collaborazione con lo Iiac Japan e l’Ice, è stata l’occasione migliore per profilare il pubblico professionale presente.

Innanzitutto il caffè è legato in modo fortissimo al luogo di lavoro: il 62% dichiara di prenderlo infatti quando lavora. Dato tutto sommato confortante soprattutto per chi si occupa di monoporzionato, formato di facile uso nel contesto lavorativo e casalingo (anche se naturalmente in Giappone ci si confronta con il fortissimo e capillarissimo settore vending presente da anni nel paese).

La conferma che il caffè sia bevanda da lavoro viene anche dal significato che gli si attribuisce: solo per l’8% è un piacere per i sensi, per il 34% è utile invece a dare la carica e per il 39% è l’occasione per una pausa. Confortante come sempre anche la buona propensione alla formazione, con il 33% degli intervistati che dichiara che il modo migliore per saperne di più sul caffè sia frequentare corsi e degustazioni.

Caffè, alleato contro le recidive del cancro al seno

Bere caffè potrebbe essere, oltre che un rito quotidiano gustoso, anche un’abitudine salutare. Infatti, consumare regolarmente caffè potrebbe ridurre il rischio di recidiva nelle pazienti già colpite da cancro al seno. In particolare, l’efficacia terapeutica del caffè si esprimerebbe al meglio in associazione a un farmaco, il Tamoxifene, cioè la terapia ormonale comunemente prescritta dopo un intervento per carcinoma mammario. La scoperta è di un gruppo di ricercatori dell’Università di Lund, in Svezia, che ha condotto uno studio in materia, recentemente pubblicato sulle pagine della rivista Cancer Causes & Control.

Gli esperti svedesi hanno seguito più di 600 pazienti per circa cinque anni, 300 delle quali in cura con il Tamoxifene. La natura del legame evidenziato tra il consumo di caffè e la diminuzione del rischio di recidiva del tumore al seno è ancora da chiarire. “Una delle teorie a cui stiamo lavorando è che il caffè sia in grado di attivare il Tamoxifene e di renderlo più efficace”, ha osservato la ricercatrice dell’ateneo svedese, Maria Simonsson.  

Venezuela, certificazione della qualità e formazione per l’espresso italiano

Pietro CarboneHa aperto i battenti a Caracas l’Accademia del Caffè Carbone Espresso di Pietro Carbone, socio Iiac e profondo amante dell’espresso italiano.

“In Venezuela abbiamo caffè dal 1830, la coltivazione ora è scarsa. Eppure il caffè di qualità occupa una nicchia bellissima, sia dal punto di vista economico che culturale – racconta Pietro Carbone – La cultura dell’espresso italiano ci deriva dagli immigrati italiani degli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta, inclusa la mia famiglia. Il caffè italiano è molto amato: all’ultimo Espresso Italiano Day abbiamo avuto più di 300 invitati. A Caracas si trovano marche italiane che piacciono come stile”.

“Il Venezuela sta risorgendo astronomicamente e il caffè deve qualificarsi maggiormente – continua Carbone – La certificazione della qualità e la formazione saranno passaggi fondamentali per diffondere la cultura dell’espresso italiano in questo paese”.

Caffè Musetti: forte crescita e fatturato estero al 55%

Si respira un’aria positiva in Caffè Musetti. La torrefazione piacentina infatti registra una crescita importante che dovrebbe confermare anche per il 2013.

“La società ha alle spalle due anni di crescite importanti, con dati e numeri incoraggianti. Il 2011, rispetto al 2010, ha fatto registrare una crescita pari, circa, al 20%. Lo stesso trend positivo si è osservato anche nel 2012, in cui, rispetto all’anno precedente, siamo cresciuti di oltre l’11% – racconta Stefano Rivò, direttore generale dell’azienda – Per quanto riguarda il 2013, abbiamo disegnato un piano di ulteriore crescita, stimabile intorno al 10%. Nei primi tre mesi di quest’anno, siamo in linea con il nostro piano e, di conseguenza, stiamo crescendo in modo soddisfacente”. 

La crescita è avvenuta soprattutto all’estero, oltre che in Italia. Oggi il fatturato di Caffè Musetti derivante dall’export è a quota 55% circa.

Letture consigliate: dal nostro Davide Cobelli all’americanissima Erin Meister

Fa sempre piacere quando una voce qualificata si unisce al dibattito sul caffè. E lo fa con la sua classica frizzantezza e quel tocco di intransigenza (professionale) che la contraddistingue. Benvenuto quindi al nuovo blog di Davide Cobelli, socio dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè, che tra le prime riflessioni ne propone dal titolo sarcastico: “Mi fa un caffè? Certo! Ne prendo 50 grani circa e glieli porgo in mano”

Altra lettura interessante è l’analisi condotta da Erin Meister, professionista del coffee business americano ed editorialista per diversi giornali, tra cui il Washington Post e il Boston Globe. Si tratta di un confronto tra la Third Wave, il nuovo che avanza (o meglio che avanzava, poiché ormai data qualche anno) e la tradizione dell’espresso italiano. Confronto garbato, condotto senza pregiudizi e senza in fin dei conti l’intenzione di dimostrare la superiorità dell’una o dell’altra. Da leggere qui.

La differenza tra portare un caffè e servire un caffè

di Carlo Odello

Consigliere e docente dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè 

“Se ai camerieri mettessero le stelline, sembrerebbero dei generali”, così sento commentare sarcasticamente un ragazzo che si trova a passare al Caffè Florian. Passante distratto che non ha colto probabilmente l’essenza di questo locale: mantenersi avvinghiato alla tradizione, anche nel suo servizio. I camerieri in divisa bianca e gilè, il direttore in completo scuro e cravatta, lo shop affidato alla sobria eleganza di una signora (giapponese). La cortesia come parola chiave sulla bocca di tutto lo staff (compresa l’addetta alle toilette).

Ciò che il ragazzo non coglie è il valore antropologico del contesto. E che da qual valore, unito ad altri di pari livello in giro per l’Italia, discende la fortuna del nostro paese che è ancora in grado di affascinare i turisti stranieri. E portare loro, e le loro carte di credito, in Italia in un periodo non facilissimo per noi.

Nei tavolini intorno a me, accarezzati da un sole che rende Piazza San Marco di una luminosità piacevole, siede infatti un’umanità varia. Si riconoscono tra loro i volti asiatici e, oltre all’inglese, si mischiano lingue dell’Europa orientale. E sono tutti qui proprio per prendere il caffè (e quant’altro) serviti da brillanti, e garbatissimi, camerieri in giacca bianca. Ciò che per quel ragazzo è old style, per questi turisti è good old fashioned: un stile piacevolmente tradizionale, che rispecchia quella che loro considerano debba essere l’ospitalità italiana.

Eleganza e cortesia: due qualità che fanno, insieme ovviamente ad altri fattori, la differenza tra il portare un caffè e il servire un caffè. E che fanno la differenza anche nella voglia dei turisti stranieri di tornare a rivisitare l’Italia (e a sostenere il nostro affaticato Pil).

Un pieno di caffè

È quello che chiede l’ingegnere Martin Bacon per la sua Bean Machine. Lui e il suo team di esperti della Woodford Airfield di Manchester hanno rimesso in moto un vecchio pick-up dotandolo di un piccolo impianto di gassificazione alimentato a chicchi di caffè. La vettura è stata commissionata dalla The Co-operative Food per festeggiare i 10 anni del proprio brand fairtrade di caffè e per sensibilizzare gli inglesi sui temi del commercio equo solidale e sull’inquinamento. La Bean Machine ha segnato inoltre il record mondiale di velocità nella categoria dei veicoli eco-friendly, superando i 105 chilometri orari.

Mal di testa sensoriali

di Carlo Odello

Docente e consigliere dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè 

Immaginate di andare a comprare un tavolo, di domandarne la lunghezza al commesso e che lui vi risponda: "1,50 metri, si tratta di un tavolo di discrete dimensioni". Poi ve ne fa vedere un altro e vi ragguaglia: "Questo invece è 1,55 metri, direi una buona lunghezza". E infine, arrivato al terzo tavolo, vi guarda con attenzione e vi dice: "Bene, questo è 1,60 metri, direi una dimensione importante". Comprereste da un commesso che definisce in modo tanto diverso la  lunghezza dei tre tavoli, quando la differenza tra il primo e l’ultimo è di 10 centimetri?
 
Ora immaginate di essere a una degustazione di caffè e che la persona che la conduce vi faccia provare tre monorigini diverse. E che questa persona si sia presa la briga di profilare i tre prodotti utilizzando scale di intensità a intervalli di 0.1. (in altre parole valutando alcune caratteristiche del prodotto in tazza con scarti di un decimo di punto). Immaginate che al corpo del primo caffè assegni un punteggio di 7.7 e lo definisca come "discreto", al secondo 8.0 e lo riporti come "buono" e all’ultimo 8.2 e ne riferisca come "importante". Non avvertireste un minimo di mal di testa cercando di capire come in un mezzo punto si passi da un corpo discreto a uno importante?
 
Non sto valutando la scheda in senso stretto. Mi sembra soltanto che non vi sia coerenza tra la valutazione sulla scala e la fase descrittivo-semantica. Però ammetto che questa è una mia carenza poiché negli anni mi sono abituato a ragione secondo profili sensoriali costruiti su descrittori quantitativi) e validati statisticamente per verificare se la differenza è realmente significativa). Mi aiutano davvero a evitare dei gran mal di testa.