di Roberto Sala
Barista. Il suo locale, il Mary’s Bar di Costa Masnaga, nel Nord Italia, fu fondato nel 1928 dai bisnonni. Cresce tra macchine, sacchi e tazzine. Quindici anni fa eccolo dietro al bancone. Dal 2001 è assaggiatore di caffè ed Espresso Italiano Specialist. Nel febbraio 2007 è eletto consigliere dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè, primo barista a ricoprire questa carica.

Come si diventa baristi in Italia? La risposta a questa domanda potrebbe lasciare spiazzati molti colleghi non italiani. Come in tutti i lavori, c’è chi l’ha scelto e chi si ritrova a farlo, magari quasi per caso, scoprendo poi che è un’attività bellissima e innamorandosene a fondo. E poi c’è chi lo fa senza troppa attenzione e sforna dal mattino alla sera espresso e cappuccini improponibili, magari senza neanche saperlo. In ogni caso, come in tutti i lavori la preparazione professionale è importantissima. E qui, prima che mi si dica che sto cadendo nell’ovvio, introduco uno dei problemi che affliggono il settore HoReCa italiano: la formazione.
Non è che non ci siano corsi, anzi l’offerta in questo senso è notevole. Quando ho iniziato, più di quindici anni fa, era minore, con il tempo è andata aumentando. Abbiamo oggi i corsi proposti dai vari enti, in primis quelli della scuola alberghiera (dove però, per inciso, purtroppo al bar viene generalmente dedicato troppo poco tempo). Poi ci sono quelli proposti, a vari livelli di competenza e serietà, dalle torrefazioni. Insomma oggi rispetto al passato ci sono corsi per tutti i gusti e per tutte le tasche.
Qual è il problema? E’ presto detto: molti affrontano troppi temi in modo generale. Così risultano per essere dispersivi e si esce con l’idea di avere visto di tutto un po’. Inoltre spesso la teoria prevale sulla pratica, questo anche in corsi che dovrebbero essere invece focalizzati soprattutto sulla parte del fare. Un caso esemplare sono i corsi di caffetteria: in quelli che ho frequentato, avrei voluto più ore di pratica, così importanti per l’attività quotidiana al bar.
In Italia può quindi risultare difficile orientarsi non solo per gli aspiranti baristi, ma anche per i baristi già nel settore da tempo. Il nodo va sciolto facendo una seria riflessione a monte e individuando esattamente su che tipo di business si concentrerà il proprio bar. In questo modo si possono valutare i corsi proprio in funzione del contributo che possono dare già nel breve-medio periodo alla nostra attività. Con il tempo, stabilito lo “zoccolo duro”, potremo integrare le nostre conoscenze con altri corsi. E poi puntare sempre su un aggiornamento continuo: libri, riviste, DVD, Internet. E’ benvenuta ogni fonte che può essere utile a reperire notizie su tecniche, tendenze, nuovi prodotti.
Al di là dei corsi, grandi lezioni ci possono venire dal confronto con i colleghi. All’inizio delle mia carriera decisi di fare esperienza in altri locali. La mia famiglia possiede il bar da più di cento anni, ma non volevo mettere subito radici nella nostra attività. Feci la gavetta, come si dice, in altri locali. Vedere lavorare altri baristi mi fu di un’utilità enorme. E ancora oggi ogni occasione è buona per prendere un caffè da un collega, per vedere come gira il suo locale, capire cosa potrei fare di meglio nel mio. Come in tutti i lavori la curiosità è fondamentale: curiosate, ragazzi, curiosate.