“Ai giovani l’Espresso non piace più.”
È una frase che circola spesso, ma che raramente viene messa alla prova dei fatti. Un recente lavoro di analisi sensoriale condotto su un gruppo di ventenni racconta invece una storia diversa, più articolata e decisamente più interessante.
Quando ai giovani viene chiesto di valutare l’Espresso con strumenti strutturati ma aperti alla libera espressione, il piacere emerge chiaramente. Non come adesione acritica, ma come risultato di equilibrio, struttura e identità. L’amaro non spaventa, la tostatura non respinge, le note intense non vengono evitate. A patto che il prodotto abbia un senso.
Il dato forse più sorprendente riguarda il linguaggio. Lasciati liberi di descrivere ciò che percepiscono, i ventenni utilizzano un lessico ricco e concreto: cacao, nocciola, pane tostato, caramello, ma anche fiori, agrumi, spezie. Compaiono immagini scure e profonde – fumo, carbone, incenso – che non vengono demonizzate, bensì riconosciute come elementi caratterizzanti. Non c’è banalizzazione, non c’è povertà descrittiva.
L’Espresso attiva anche una dimensione emotiva complessa. Gioia, curiosità, tranquillità convivono con tensione, esitazione, talvolta rifiuto. È la dimostrazione che il prodotto non lascia indifferenti. E l’indifferenza, per una generazione abituata a stimoli continui, è il vero nemico.
Interessante anche il modo in cui i giovani immaginano chi beve Espresso. Non solo adulti o tradizionalisti, ma persone attente, curiose, capaci di soffermarsi. Il prodotto viene percepito come serio, deciso, talvolta esigente; il produttore come colto e creativo. L’Espresso non è “facile”, e questo non è un limite: è un tratto identitario.
Il bar resta il luogo simbolico del consumo, mentre gli abbinamenti spaziano dalla pasticceria al cioccolato, fino al consumo senza accompagnamenti. Le metafore, infine, trasformano il caffè in persone, città, paesaggi, momenti di vita quotidiana o straordinaria. Un segnale chiaro di coinvolgimento immaginativo.
Forse, allora, la domanda giusta non è se l’Espresso piaccia ai giovani.
La domanda è: siamo ancora capaci di raccontarlo per quello che è?
Luigi Odello
Contenuto redatto con supporto di IA









