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Siete amanti del caffè, qual è la cosa che vi importa di più quando entrate in un bar?

Fare tante cose è bello, fare quelle giuste è meglio. Un sondaggio su LinkedIn in cui ho posto la domanda che ora ho utilizzato nel titolo ha avuto 6.548 visualizzazione ottenendo 191 voti che hanno messo in evidenza che l’87% desidera un espresso italiano eccellente. Non saprei dirvi quanto un sondaggio del genere sia rappresentativo della popolazione italiana, ma di certo il risultato è eclatante e reca in sé un messaggio chiaro: l’espresso per un bar italiano è importante, la sua qualità fondamentale. Quindi si potrebbe pensare a un cambio di paradigma: se negli ultimi lustri imparare preparazioni diverse ci ha fatto sentire dei professionisti, inseguire specialty acide e lattiche ci ha portato in una dimensione modale arrapante e l’uso di latte vegetale o dell’olio di oliva ci ha proiettati nel futuro, forse sarebbe il caso di tornare a occuparci dell’italica tazzina per farla semplicemente perfetta scegliendo la miscela giusta, imparando a governare convenientemente le attrezzature e a narrare al cliente la nostra arte.

Luigi Odello

Il caffè del Canaletto ovvero il sogno di eliminare i bar peggiori

di Carlo Odello
Consigliere e docente dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè

http://www.assaggiatoricaffe.org/site/?q=node/451Giovanni Antonio Canal, meglio conosciuto come Canaletto, è stato un fantastico vedutista. Il suo tratto preciso e realistico ha contribuito a portare ulteriormente in giro l’immagine dell’affascinante Venezia. E lui ne ha tratto anche un certo guadagno. Insomma: pittore ma anche avveduto venditore delle sue tele, che tra l’altro spopolavano all’estero.

Non si può a mio avviso avvicinare il Canaletto al genio di Caravaggio o di Michelangelo. Questi ultimi due sono stati personaggi estremamente contraddittori, violenti talvolta, irascibili certamente (e Caravaggio pagò con la vita questo suo carattere così difficile). Il Canaletto aveva invece una visione reale della vita e il timone della stessa ben saldo in mano: faceva dei bei quadri per venderli, punto e basta. Ora, solo la storia ci dirà se tra i professionisti che popolano la scena del caffè italiano vi siano dei Caravaggio o dei Michelangelo (personalmente sono convinto di sì, ma non ho ancora trovato il modo di individuarli con certezza perché non ho mai considerato la fama di per sé l’unico indicatore della bravura, sic transit gloria mundi).

Io amo sinceramente Caravaggio, lo trovo eccitante e geniale nei suoi giochi di luce. E non posso certo non rimanere con il fiato sospeso di fronte alla complessità delle opere di Michelangelo. Eppure a me piacerebbe che nel caffè italiano ci fossero tanti Canaletto: baristi che offrano un espresso ben fatto, tutto l’anno, e sappiano farsi bene i loro conti. Immaginatevi un mercato dove la qualità media della tazzina è soddisfacente. Dove ci sono punte di eccellenza, i Caravaggio e i Michelangelo, ma in generale un mercato in cui entrando in un bar si ha la certezza quantomeno di prendere un caffè di buona qualità e ben realizzato. Non sarebbe questo già un bellissimo scenario? Sicuramente sì. È realizzabile? Con l’impegno dell’intera filiera sì.

Torrefattori traditori

di Luigi Odello
(Presidente dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè)

Luigi_Odello

Il quando e il dove ve li diremo poi, ma cinque di noi hanno fatto un’analisi sensoriale dei caffè al bar per una televisione straniera. Non siamo certamente nuovi in questo genere di missioni: le abbiamo fatte in Italia per Altroconsumo sui bar storici di Milano e Roma come in Giappone per la più importante rivista del settore della Gdo (in Giappone non manca quasi mai la possibilità di prendersi un caffè al supermercato).

Non agiamo mai come giudici monocratici, siamo sempre in gruppo, in genere di almeno cinque assaggiatori qualificati, anche per avere il supporto della statistica per la validazione dei dati, come vuole la buona prassi per i test di analisi sensoriale. Bene, nel tour di cui vi sto parlando sono emerse diverse cose, ma in questa nota vorremmo focalizzarci su una in particolare: miscele di diverso livello di qualità esitate sul mercato da uno stesso torrefattore.

Per chi vive con attenzione il mondo del caffè, quando arriva una tazzina con una marca si genera immediatamente un’attesa. Questa può ovviamente essere delusa dal barista che lavorando male può alterare il livello di piacere che è in grado di offrire, ma la delusione più cocente è proprio quando la miscela è così differente da non sembrare figlia dello stesso padre. Un vero tradimento.

Nel tour abbiamo rilevato che sotto la stessa marca convivono miscele che vanno dal pessimo al discreto. Ora ci domandiamo: com’è possibile che un torrefattore sia così miope da non capire il danno che ricava dal cedimento che ha avuto mettendo sul mercato una miscela pessima quando ne ha altre discrete se non eccellenti? In primo luogo confonde ulteriormente il consumatore in un mondo già confuso: il caffè non comunica, se lo fa lo fa male (prendiamo per esempio la generalizzazione tra l’Arabica e la Robusta).

Se viene a mancare anche la garanzia della marca, a cosa ci possiamo aggrappare per fare una scelta di qualità?

Innovazione nell’espresso italiano: sette idee per pensarci seriamente

Il Forum Scientifico sul Caffè, a Brescia il 13 marzo prossimo, riporta l’attenzione sui temi reali dai quali dipenderà il futuro dell’amata tazzina di caffè. Iscrizione gratuita on-line.

L’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè (Iiac), che da più di vent’anni si dedica all’assaggio dell’espresso italiano collaborando attivamente alla sua tutela con l’Istituto Nazionale Espresso Italiano, organizza un nuovo Forum Scientifico sul Caffè per discutere del futuro dell’espresso italiano in modo concreto e scientifico.

Sette idee per pensarci seriamente: questo il filo conduttore degli interventi degli esperti chiamati sul podio a indicare la via per il successo dell’amata tazzina di caffè. Relazioni che spazieranno dai temi più antropologici del tipico, passando per le innovazioni tecniche che rendono possibile una valutazione più precisa della qualità sino a nuove idee di marketing per coinvolgere il consumatore nella difesa di questo patrimonio italiano.

Il meeting sarà ospitato il 13 marzo dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia e dell’Emilia Romagna, polo di ricerca che ha condotto nell’ultimo anno analisi innovative sul caffè in collaborazione con Iiac e il Centro Studi Assaggiatori. "Ma al di là delle ultime ricerche ad altissimo tasso di innovazione, il convegno darà moltissima attenzione al lato del cliente del bar – sottolinea Luigi Odello, presidente Iiac – Avremo quindi dati estremamente interessanti sulla percezione del caffè da parte dei consumatori e, prima volta al mondo, un’app smartphone per valutare i bar stessi e i loro caffè, Coffee Shop Lovers, che sarà presentata proprio quel giorno".

Potere quindi al consumatore, quindi. "Dare al cliente strumenti come una semplice eppure potente app per valutare e condividere ciò che beve al bar sarà un ulteriore stimolo a fare meglio per tutti gli operatori del settore", ha aggiunto Luigi Zecchini, presidente dell’Istituto Nazionale Espresso Italiano.

Come iscriversi

Scarica il programma.

L’iscrizione è gratuita. Le iscrizioni verranno accettate fino al raggiungimento dei posti disponibili. Per motivi di sicurezza e organizzativi, l’iscrizione è obbligatoria tramite il modulo, da compilarsi a cura di ogni singolo partecipante entro il 7 marzo 2014, a http://goo.gl/2VM3Z3.

Caffè letterario a Napoli per far rivivere la galleria Principe

 Per far rivivere la galleria Principe di Napoli, per ridare vita e splendore a un pezzo del centro partenopeo dimenticato per anni, è stato da poco inaugurato un caffè letterario, il Caffè Liberty: luogo di aggregazione, ma anche un modo per far riscoprire ai napoletani un angolo della loro città dimenticato per troppi anni. Il caffè letterario, che sarà anche teatro di incontri e spettacoli di musica dal vivo, è solo l’ultima delle opere di riqualificazione della galleria Principe cominciata cinque anni fa con il restauro del monumento.

Angelo Borrello, l’uomo che dava valore all’informazione


 di Luigi Odello
(Presidente dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè)

Erano i primi degli anni Ottanta e Bargiornale stava scrivendo una storia inedita portando gratuitamente, ogni mese, a oltre 150.000 pubblici esercizi, la conoscenza per svolgere con competenza la professione. Quando andai per accordarmi sul primo servizio, che segnava l’avvio di una collaborazione durata anni, insieme a Pippo Dilettoso e Andrea Sparvoli, incontrai lui, Angelo Borrello, all’epoca direttore commerciale del gruppo.
 Immaginavo che mi avrebbe chiesto attenzione verso i suoi clienti, ma non fu così. "Tu pensa a fare della buona informazione, alla pubblicità ci pensiamo noi": questa era la filosofia che regnava e distingueva l’editore milanese in un ambiente dove era davvero difficile capire dove finiva la promozione e iniziava la comunicazione vera.

Angelo aveva la straordinaria abilità di dare valore presso le aziende all’ottimo prodotto generato da una redazione completamente avulsa dalle logiche commerciali.
 Il mio rapporto con lui ebbe a consolidarsi attraverso la comune partecipazione a eventi importanti e a incontri che ci venivano proposti dalla professione. Quindi gli scambi di idee furono per anni molto frequenti e ogni volta avevo di che meditare sulla visione che lui aveva della realtà.

L’ultima volta lo vidi pochi mesi fa a Milano. Con la cordialità di sempre, senza immaginare che sarebbe stata l’ultima volta.

Un bar a misura di felini: il “Cat Cafè”

 È nato in Europa il primo "Cat Cafè", un locale dove i felini non sono solo ammessi, ma sono i padroni di casa. Si chiama Cafe Neko, da "gatto" in giapponese, il locale a misura di mici aperto a Vienna, in Austria. Qui, i cinque gatti residenti la fanno letteralmente da padrone, aggirandosi tra i tavoli o dormendo sotto le sedie. L’idea di bar e ristoranti dove i gatti fossero i benvenuti è nata in Giappone e, non a caso, il proprietario del singolare caffè viennese è un giapponese, Takako Ishimitsu.

La differenza tra portare un caffè e servire un caffè

di Carlo Odello

Consigliere e docente dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè 

“Se ai camerieri mettessero le stelline, sembrerebbero dei generali”, così sento commentare sarcasticamente un ragazzo che si trova a passare al Caffè Florian. Passante distratto che non ha colto probabilmente l’essenza di questo locale: mantenersi avvinghiato alla tradizione, anche nel suo servizio. I camerieri in divisa bianca e gilè, il direttore in completo scuro e cravatta, lo shop affidato alla sobria eleganza di una signora (giapponese). La cortesia come parola chiave sulla bocca di tutto lo staff (compresa l’addetta alle toilette).

Ciò che il ragazzo non coglie è il valore antropologico del contesto. E che da qual valore, unito ad altri di pari livello in giro per l’Italia, discende la fortuna del nostro paese che è ancora in grado di affascinare i turisti stranieri. E portare loro, e le loro carte di credito, in Italia in un periodo non facilissimo per noi.

Nei tavolini intorno a me, accarezzati da un sole che rende Piazza San Marco di una luminosità piacevole, siede infatti un’umanità varia. Si riconoscono tra loro i volti asiatici e, oltre all’inglese, si mischiano lingue dell’Europa orientale. E sono tutti qui proprio per prendere il caffè (e quant’altro) serviti da brillanti, e garbatissimi, camerieri in giacca bianca. Ciò che per quel ragazzo è old style, per questi turisti è good old fashioned: un stile piacevolmente tradizionale, che rispecchia quella che loro considerano debba essere l’ospitalità italiana.

Eleganza e cortesia: due qualità che fanno, insieme ovviamente ad altri fattori, la differenza tra il portare un caffè e il servire un caffè. E che fanno la differenza anche nella voglia dei turisti stranieri di tornare a rivisitare l’Italia (e a sostenere il nostro affaticato Pil).