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Espresso italiano all’estero: la formazione ci salverà

di Carlo Odello *

Qualcuno crede ancora che solo per il fatto di essere italiani siamo titolati a parlare di caffè espresso con maggiore autorevolezza di altri. E’ un pensiero confortante in cui molti si cullano. Eppure non è la realtà, almeno su alcuni mercati tanto ambiti proprio da noi italiani.

Prendiamo il Giappone. Paese che adora l’Italia e i suoi prodotti: il cibo, il vino, la moda, la sua storia (perché anche la storia è un prodotto da vendere con un marketing adeguato, chissà che prima o poi qualcuno dei nostri politici se ne accorga). L’espresso italiano parte quindi in vantaggio rispetto ad altri prodotti. Eppure nessuno creda che essere italiani sia condizione sufficiente per vendere caffè nel paese del sol levante. I giapponesi sono compratori attenti: la selezione dei prodotti è accuratissima, lunga e macchinosa. Però una volta effettuata la selezione, la fedeltà è totale, a meno che il fornitore stesso non si dimostri inaffidabile.

Prendiamo gli Stati Uniti, che hanno ormai un mercato interno molto forte con migliaia di torrefattori. Lo specialty coffee e la cosiddetta Third Wave la fanno da padroni. E la West Coast, da Portland a Vancouver passando per la mitica Seattle, è una roccaforte dell’espresso made in USA (ma per fortuna non mancano le eccezioni come Caffè Umbria che ostinatamente e con successo continua a proporre la tradizione dell’espresso all’italiana). Diciamocelo francamente: agli americani l’espresso italiano interessa relativamente.

Qual è la via per approcciare tanto il mercato giapponese che quello americano? La formazione. I giapponesi vogliono certezze non mezze verità. Vogliono gli strumenti per valutare la qualità. Per questo apprezzano i corsi di assaggio dell’espresso italiano. Agli americani l’espresso va venduto: per questo sono importanti i momenti di formazione, per spiegare loro il senso dei nostri sette grammi per tazza, della nostra estrazione a 25 millilitri, la centralità della miscela e via dicendo.

Recentemente un mio allievo, un celebrity barista, mi ha detto in California: il corso di assaggio del caffè mi ha aperto gli occhi su come voi italiani intendete l’espresso. Dobbiamo aprirne ancora tanti di occhi. E solo la formazione è reale passaggio di cultura e di esperienza. Il resto, lasciatevelo dire da un uomo di comunicazione, è importante ma non ha la stessa potenza.

P.S. A proposito di formazione: dal 18 al 20 maggio a Brescia ci sono i corsi avanzati dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè.

* Docente e consigliere dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè

L’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè sbarca in California

L’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè organizzerà un gioco sensoriale durante la fiera della Specialty Coffee Association of America che si terrà dal 16 al 18  aprile prossimi ad Anaheim in California. Partner dell’evento i soci assaggiatori di Caffè Umbria, che l’ospiteranno presso il loro stand. Ai vincitori andrà in premio Espresso Italiano Tasting, il manuale ufficiale dedicato all’assaggio del caffè. Per l’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè sarà presente Carlo Odello, membro del consiglio dell’associazione, a disposizione dei visitatori per ogni informazione.

Espresso italiano e Nord America: riapriamo la partita

di Carlo Odello *

Da Portland a Vancouver, passando per Seattle. Tre città, tre stati, due nazioni. Ma un unico grande amore per la qualità della vita e per il cibo raffinato. Un amore che si sviluppa in una scelta di ristoranti di altissimo livello, espressione di diverse gastronomie mondiali che in questa fascia si incontrano. Una passione che coinvolge anche il vino con la continua organizzazione di appuntamenti più o meno mondani che portano in queste città le migliori produzioni mondiali.

E un amore viscerale per il caffè. Un’attività fervente che si specchia in migliaia di locali: grandi catene e indipendenti. Sì, proprio così: gli indipendenti, gestiti da imprenditori che in totale autonomia finanziaria hanno deciso di fare del caffè il loro business. E in molti casi quasi una ragione di vita. Gente che ti accoglie nel locale con un orgoglio e un entusiasmo che ti lasciano stupito.

Baristi che non sono finiti dietro un bancone per caso, che hanno fatto una scelta precisa e si sono preparati. Gente pronta a tirare fuori qualche migliaio di dollari per imparare a fare un business plan per il proprio locale, per capire come gestirlo dal punto di vista finanziario, per sviluppare un marketing che gli dia una marcia in più rispetto all’agguerrita concorrenza. Baristi che trattano le attrezzature come oggetti di una liturgia: difficile trovare una macchina sporca, il metallo risplende sempre, le campane dei macinadosatori sono impeccabili, qui non è tutto grasso che cola, direbbe qualcuno.

Ed effettivamente non è davvero tutto grasso che cola. C’è qualcosa che ti lascia un po’ perplesso. Perché se è vero che per scagliare la freccia lontano bisogna tendere bene l’arco, è altrettanto vero che bisogna prendere bene la mira. Nella maggior parte dei locali si ha l’impressione che la ricerca dell’espresso perfetto sia sfociata in un’asta al rialzo. Una gara in cui vince chi riempie di più il filtro. Se non specificate che volete un espresso singolo ve ne arriverà quasi sempre uno doppio, anzi triplo, considerato che è estratto da ben 20 grammi di polvere. La sensazione, come ci confermano alcuni amici canadesi, è che si sia frainteso il concetto di espresso: va bene che deve essere potente ma diceva qualcuno che la potenza è nulla senza controllo. Certo che la maggior parte delle tazze se ne va in cappuccini, lattes, macchiati, mix vari con aggiunta di altrettanto vari sciroppi. Però chi ben comincia è già a metà dell’opera.

E allora ricominciamo, ci siamo detti all’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè. Insomma, ci siamo detti, vediamo se riusciamo a proporre il verbo dell’espresso italiano in un contesto così complicato. Per questo abbiamo colto al balzo l’invito di Caffè Umbria che da anni lavora nel settore solamente con lo standard italiano. Così con l’aiuto di Pasquale Madeddu, Emanuele Bizzarri e Jesse Sweeney sono nati i primi due corsi di patente di assaggiatore: per la prima volta siamo andati oltreoceano, più precisamente a Vancouver e a Portland.

L’impressione? All’inizio un po’ di difficoltà da parte degli allievi a capire esattamente lo standard italiano, ma alla fine del corso soddisfazione da parte loro per l’esperienza fatta. Gli è stato utile avere ascoltato la viva voce dell’Italia e avere finalmente preso le giuste misure di quello che è davvero un espresso italiano. Perché questo è il bello dell’America: è la terra delle opportunità. Basta saperle cogliere. La porta ora è aperta e qualche strana idea sull’espresso è stata sradicata, almeno nella mente dei nostri primi allievi.

* Docente e consigliere dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè