Prima di tutto, cos’è l’astringenza dal punto di vista sensoriale? Dal punto di vista della percezione tattile, l’astringenza si manifesta entro 15 secondi dal sorso attraverso la perdita del potere lubrificante della saliva, unita a una sensazione di raggrinzimento e “cuoificazione” della mucosa orale. A differenza dell’amaro o dell’acido, non è un sapore primario rilevato dalle papille gustative, ma un’alterazione della sensibilità tattile del cavo orale.
La principale causa molecolare dell’astringenza risiede nella famiglia degli acidi clorogenici, e due sono i fattori principali di filiera che ne determinano una presenza massiccia:
- La specie botanica (Robusta): la pianta della Robusta produce un patrimonio di acidi clorogenici nettamente superiore rispetto all’Arabica (superando spesso il 10% sul secco, contro un valore medio del 7% nell’Arabica). Questi composti costituiscono un mezzo di difesa naturale della pianta contro le minacce esterne, ma in tazza si traducono facilmente in durezza e astringenza.
- I chicchi immaturi: durante la naturale maturazione del frutto, la quantità di acidi clorogenici decresce e i diesteri si convertono in monoesteri (meno astringenti). Quando invece si raccolgono ciliegie immature, il chicco rimane privo di saccarosio e i suoi acidi clorogenici possono superare persino il 15%, trasferendo in tazza una forte astringenza e un odore vegetale di pisello.
Inoltre, la chimica e l’analisi sensoriale dimostrano che i lipidi non riescono ad esercitare una grande attenuazione sull’astringenza: non è quindi possibile cercare di correggere l’astringenza di un caffè immaturo o di bassa qualità unendovi un Arabica lavato ad alta acidità, l’acidità non farà altro che far risaltare ancora di più la sensazione astringente del primo. Per ottenere miscele sferiche, setose e prive di asperità occorre intervenire alla radice: saper selezionare la materia prima verde, monitorare la chimica della tostatura e bilanciare le componenti su basi molecolari.
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