di Carlo Odello
Consigliere e docente dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè
Giovanni Antonio Canal, meglio conosciuto come Canaletto, è stato un fantastico vedutista. Il suo tratto preciso e realistico ha contribuito a portare ulteriormente in giro l’immagine dell’affascinante Venezia. E lui ne ha tratto anche un certo guadagno. Insomma: pittore ma anche avveduto venditore delle sue tele, che tra l’altro spopolavano all’estero.
Non si può a mio avviso avvicinare il Canaletto al genio di Caravaggio o di Michelangelo. Questi ultimi due sono stati personaggi estremamente contraddittori, violenti talvolta, irascibili certamente (e Caravaggio pagò con la vita questo suo carattere così difficile). Il Canaletto aveva invece una visione reale della vita e il timone della stessa ben saldo in mano: faceva dei bei quadri per venderli, punto e basta. Ora, solo la storia ci dirà se tra i professionisti che popolano la scena del caffè italiano vi siano dei Caravaggio o dei Michelangelo (personalmente sono convinto di sì, ma non ho ancora trovato il modo di individuarli con certezza perché non ho mai considerato la fama di per sé l’unico indicatore della bravura, sic transit gloria mundi).
Io amo sinceramente Caravaggio, lo trovo eccitante e geniale nei suoi giochi di luce. E non posso certo non rimanere con il fiato sospeso di fronte alla complessità delle opere di Michelangelo. Eppure a me piacerebbe che nel caffè italiano ci fossero tanti Canaletto: baristi che offrano un espresso ben fatto, tutto l’anno, e sappiano farsi bene i loro conti. Immaginatevi un mercato dove la qualità media della tazzina è soddisfacente. Dove ci sono punte di eccellenza, i Caravaggio e i Michelangelo, ma in generale un mercato in cui entrando in un bar si ha la certezza quantomeno di prendere un caffè di buona qualità e ben realizzato. Non sarebbe questo già un bellissimo scenario? Sicuramente sì. È realizzabile? Con l’impegno dell’intera filiera sì.

