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Alla scoperta del caffè indiano: un viaggio sensoriale e commerciale

di Carlo Odello

Docente e consigliere dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè

Negli ultimi anni ho avuto la fortuna di girare un po’ per il mondo. Ho conosciuto e generalmente apprezzato culture nuove, talvolta sono arrivato in alcuni paesi quasi fortuitamente. Ma non ho mai toccato l’India. Sarà per questo che progettare il primo viaggio alla scoperta del caffè indiano è stato in verità dare vita a un desiderio un po’ atavico: iniziare a capire, in modo molto parziale ovviamente, il subcontinente. Capire chi è questo vicino di casa un po’ scomodo della mia amata Cina. Capire chi sono questi signori che tanto caffè destinano al mercato italiano.

Un viaggio quindi nel Karnataka, dal 9 al 16 dicembre, con il patrocinio dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè: perché? Credo vi sia più di una buona ragione. Da un punto di vista sensoriale si tratta di andare a toccare con mano una terra, e una cultura, che fornisce il nostro mercato con quantità importanti di caffè verde. Si tratta quindi di arrivare alla fonte, ai luoghi di produzione e di provare il caffè laddove nasce, ancora prima che le mani sapienti dei nostri torrefattori lo tostino e lo miscelino. Se si è torrefattori, alla curiosità sensoriale si unisce un motivo non certo secondario: sedersi al tavolo con i produttori, accorciare la filiera valutando così la qualità del prodotto e trattandone il prezzo senza intermediari.

Non mi sarei mai avventurato nella progettazione di questo viaggio da solo. Ho avuto il piacere di collaborare con Andrew Hetzel, consulente americano di chiara fama e profondo conoscitore del caffè indiano. Grazie quindi ad Andrew per quanto ha fatto nella definizione delle visite tecniche e per quanto farà: sarà lui ad accompagnare i partecipanti al viaggio nelle piantagioni, a presentargli i proprietari delle stesse, a spiegare il senso ultimo del caffè indiano oggi. Ma non sarà certo solo: con i partecipanti viaggerà anche Manuela Violoni, consigliere dello Iiac e sensorialista, l’occhio italiano sulla qualità del prodotto, sul suo utilizzo nelle nostre miscele.

Se volete saperne di più, se volete valutare l’opportunità di unirvi al gruppo che andrà alla scoperta del caffè indiano, potete scaricare la brochure:

Alla scoperta del caffè indiano, Karnataka 9-16 dicembre 2012

 

Caffè al bar: il tabù del prezzo

di Carlo Odello

Docente e consigliere dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè

Il Secolo XIX riporta che a Imperia il prezzo del caffè rimarrà bloccato. O meglio, nessun locale pare averlo aumentato, seguendo quindi il suggerimento della locale Confcommercio-Confesercenti. Ma anche il quotidiano ammette che "pur di rinunciare all’aumento del costo della tazzina, però, gli esercenti dovranno fare i salti mortali per far poi quadrare i bilanci di fine mese". Tradotto in pratica ciò vorrà dire in poche parole che molti si orienteranno semplicemente su miscele di più basso prezzo e di minore qualità.

Il caffè quindi come la benzina o il pane: tabù parlare di prezzi non allineati, men che meno di aumenti. Gli italiani, abituati ad acquistare vino e prosciutto a prezzi differenti in base al libero mercato, non possono scegliere di spendere qualcosa di più o di meno per un caffè. Il bravo barista che lavora in qualità dovrà fare pagare la sua tazzina come il suo concorrente distratto degli operatori che si limita a preparare il caffè in qualche modo. Ma siamo certi che gli italiani davvero non vogliano scegliere e siano così contenti della politica dei prezzi allineati?
 

Due tesi e tre riflessioni sul prezzo e sul mondo del caffè

Valentina Formenti e Denise Pedroni il giorno 26 ottobre hanno conseguito la laurea magistrale a Brescia presso la facoltà di Economia. Quello che fa del loro traguardo una notizia di rilievo per il nostro mondo è che le tesi di laurea riguardano il commercio internazionale del caffè e prendono in considerazione le due filiere più importanti: l’Arabica brasiliana e la Robusta vietnamita.

La prima riflessione – considerando il fenomeno degli ultimi tre anni, anche se ora si sta per fortuna un poco attenuando – riguarda il prezzo. Il comparto ha vissuto l’evento come un agricoltore vive la grandine che gli falcidia il raccolto: ineluttabile. Ma se si considera la catena del valore si scopre che il segmento fazendero-torrefattore ha una marginalità enorme che se fosse ripartita tra i due citati attori non potrebbe che fare bene a entrambi. Già da tempo i voli per il Brasile (tanto per parlare del paese dove si trova la specie più costosa) sono quotidiani: che aspettano i nostri torrefattori a incontrare i coltivatori di caffè? D’accordo, qualcuno l’ha già fatto con ottimi profitti, ma gli altri?

La seconda riflessione non scaturisce dalla tesi, ma dal fatto di averla vissuta per la ricerca che ha comportato: le due ragazze hanno fatto un lavoro immane, inviando centinaia di mail e recandosi da molti torrefattori per interviste di persona. Con una frequenza inimmaginabile le loro azioni non venivano coronate da successo: il mondo del caffè non parla! Soprattutto gli importatori non parlano. Possiamo comprendere la riservatezza, ma ci è difficile pensare a un evoluzione che determini un reale passo avanti nel commercio del caffè se c’è così poca trasparenza. La cosa buffa è che non parlano neppure i fazendero, che avrebbero invece tutto l’interesse a dire quanto realizzano ora con il loro caffè. Non parlano nell’illusione di poter fare una speculazione, si nascondono mostrando la convinzione che il prezzo è destinato a salire ancora perché i consumi interni aumentano, quando in realtà vivono con la paura di non riuscire a vendere il raccolto nel momento giusto o lo vendono sotto la necessità di avere denaro per pagare i salari e le altre spese.

La terza riflessione riguarda la qualità del caffè: se fazendero e torrefattori non cominciano a parlarsi la cosa si fa davvero grigia. Un coltivatore di caffè non ha la minima coscienza di come debba essere un caffè per Espresso Italiano. Per noi invece sarebbe importantissimo, perché nella stessa classe della classificazione ufficiale, esistono caffè vocati (grande corpo senza astringenza, elevati contenuti in terpeni, forti quantità di proteine, di grassi e di glucidi) e caffè che non hanno vocazione, sono semplicemente senza difetti.

Per un mondo del caffè migliore in cui i traumi siano limitati occorre quindi un cambio di visione: maggiore trasparenza, abbandono di logiche ormai obsolete e desiderio di collaborazione.

Da sinistra: Eugenio Brentari, relatore delle tesi, Denise Pedroni, Valentina Formenti e Luigi Odello, correlatore.