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Il futuro del caffè: Manuel Diaz a Milano il 26 febbraio parla delle minacce e delle opportunità

http://www.assaggiatoricaffe.org/site/?q=node/451

Nessuno può rispondere alle domande di più stringente attualità sul caffè se non chi davvero lavora tutto l’anno nelle piantagioni. Abbiamo chiesto a Manuel Diaz, presidente della Conferenza Internazionale degli Arabica Naturali, di venire a spiegarci cosa sta succedendo nei paesi di produzione, quali sono le sfide che questi stanno affrontando e che quindi influenzeranno la qualità del nostro espresso in tazza.
  
Tante le domande sul tavolo, a cui Manuel Diaz potrà dare una risposta, in base alla sua lunga esperienza professionale e alla possibilità che ha di tastare il polso della situazione ogni giorno. Domande che riguardano la produzione: dove sono le nuove piantagioni, con quali varietà? Quali i nuovi sistemi di coltivazione? E quali sono le aree dove il caffè sta scomparendo? Quali sono le aree critiche per gli approvvigionamenti? Ma anche quesiti in merito al futuro dell’Arabica: è destinata ad aumentare o a diminuire? E sul Robusta ci sono novità? Più in generale come sta cambiando lavorazione dei naturali e dei lavati? E che futuro hanno i semilavati?
 
Il corso si terrà presso Coffeeteque by Vibiemme a Cinisello Balsamo (MB) il 26 febbraio.  Per maggior informazioni: Michela Beltrami, michela.beltrami@assaggiatori.com, +39 030 397308.

Il caffè del Canaletto ovvero il sogno di eliminare i bar peggiori

di Carlo Odello
Consigliere e docente dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè

http://www.assaggiatoricaffe.org/site/?q=node/451Giovanni Antonio Canal, meglio conosciuto come Canaletto, è stato un fantastico vedutista. Il suo tratto preciso e realistico ha contribuito a portare ulteriormente in giro l’immagine dell’affascinante Venezia. E lui ne ha tratto anche un certo guadagno. Insomma: pittore ma anche avveduto venditore delle sue tele, che tra l’altro spopolavano all’estero.

Non si può a mio avviso avvicinare il Canaletto al genio di Caravaggio o di Michelangelo. Questi ultimi due sono stati personaggi estremamente contraddittori, violenti talvolta, irascibili certamente (e Caravaggio pagò con la vita questo suo carattere così difficile). Il Canaletto aveva invece una visione reale della vita e il timone della stessa ben saldo in mano: faceva dei bei quadri per venderli, punto e basta. Ora, solo la storia ci dirà se tra i professionisti che popolano la scena del caffè italiano vi siano dei Caravaggio o dei Michelangelo (personalmente sono convinto di sì, ma non ho ancora trovato il modo di individuarli con certezza perché non ho mai considerato la fama di per sé l’unico indicatore della bravura, sic transit gloria mundi).

Io amo sinceramente Caravaggio, lo trovo eccitante e geniale nei suoi giochi di luce. E non posso certo non rimanere con il fiato sospeso di fronte alla complessità delle opere di Michelangelo. Eppure a me piacerebbe che nel caffè italiano ci fossero tanti Canaletto: baristi che offrano un espresso ben fatto, tutto l’anno, e sappiano farsi bene i loro conti. Immaginatevi un mercato dove la qualità media della tazzina è soddisfacente. Dove ci sono punte di eccellenza, i Caravaggio e i Michelangelo, ma in generale un mercato in cui entrando in un bar si ha la certezza quantomeno di prendere un caffè di buona qualità e ben realizzato. Non sarebbe questo già un bellissimo scenario? Sicuramente sì. È realizzabile? Con l’impegno dell’intera filiera sì.

Forum Scientifico sul Caffè 2014: Il vicino infrarosso (NIR) e il mondo del caffè, un’analisi veloce ed affidabile per comprare meglio il crudo e valutare la qualità del tostato

Il Forum Scientifico sul Caffè, a Brescia il 13 marzo prossimo, riporta l’attenzione sui temi reali dai quali dipenderà il futuro dell’amata tazzina di caffè. Il tema di quest’anno è infatti: Innovazione nell’espresso italiano, sette idee per pensarci seriamente (tutti i dettagli nel programma allegato). L’iscrizione al Forum Scientifico sul Caffè è gratuita e si effettua a http://goo.gl/2VM3Z3. Da questa uscita iniziamo ad anticipare le relazioni: un aperitivo in vista del convegno.

Il vicino infrarosso (NIR) e il mondo del caffè: un’analisi veloce ed affidabile per comprare meglio il crudo e valutare la qualità del tostato

Dott. Massimo Simoni

(Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia e dell’Emilia Romagna)

Il Reparto di Chimica Applicata alle Tecnologie Alimentari dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia e dell’Emilia-Romagna (Izler) vanta un’esperienza decennale nel campo della spettroscopia NIR con applicazioni relative ai principali prodotti della salumeria, al settore lattiero-caseario, al settore zootecnico, al settore del miele e a quello dell’olio.

Attualmente il reparto è impegnato nella messa a punto di curve NIR sul caffè crudo e su quello tostato per la valutazione dei parametri umidità, lipidi, proteine, ceneri e caffeina. Tali curve permetteranno una valutazione rapida ed affidabile del prodotto crudo ai fini del suo acquisto ed una precisa valutazione qualitativa del prodotto tostato.

La spettroscopia nel vicino infrarosso (NIR) è una tecnica di analisi secondaria che utilizza la regione infrarossa dello spettro elettromagnetico per indagare in modo non distruttivo le proprietà chimico-fisiche dei campioni. 

L’impiego di tale tecnica prevede alcune fasi preliminari per la creazione di curve di calibrazione ad hoc per l’alimento da analizzare: una fase di lettura di un gruppo rappresentativo di campioni (sia mediante NIR che tramite analisi chimiche tradizionali) e una fase di elaborazione dei dati ottenuti mediante l’utilizzo della chemiometria che permette, dopo la validazione statistica di tali curve, di prevedere la composizione chimica dei campioni ignoti.

I vantaggi del NIR rispetto alle metodiche chimiche tradizionali sono molteplici: è più veloce (pochi minuti), non è distruttivo (il campione può essere riutilizzato), non è invasivo (le radiazioni utilizzate non provocano trasferimento di calore sotto forma di calore), non necessita di particolari preparazioni del campione (semplice omogeneizzazione), è meno costoso ed è in grado, con una sola analisi, di valutare numerosi parametri.

Lo vuoi un caffè alla geosmina?

di Luigi Odello
(Presidente dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè)

Geosmina, un bel nome, lo si potrebbe utilizzare per una bimba di cui si ha speranza che diventi una donna capace di fare girare la testa agli uomini. Però inganna, perché quando è presente nel caffè la testa la fa girare anche alle donne, ma dall’altra parte, per non sentire il cattivo odore che si leva dalla tazzina. Molecola di origine microbica prodotta da muffe, dal nostro cervello è letta come sentore di legno marcio, pavimento di cantina umida, buccia di salame o paglia, nel migliore dei casi. Dipende molto da quali sono le molecole che le fanno compagnia, perché non si accompagna mai bene.

In effetti, nasce in un ambiente che di qualità non può essere foriero, dove l’umidità e il caldo non di rado si uniscono all’incuria nelle lavorazioni. Affligge di più la Robusta, per le caratteristiche dei territori in cui nasce, contribuendo da una parte ad accentuare la terrosità, dall’altra a massacrare l’immagine di questa specie già negletta sotto il profilo della qualità. Come se non bastasse la geosmina ha un effetto killer: deprime la percezione dei fiori e della frutta fresca, rendendo vani gli sforzi economici che hanno fatto i torrefattori comprando caffe di pregio per la miscela.

L’incremento dell’uso di determinate origini nel nostro Paese ha generato una graduale caduta della piacevolezza di molte miscele e una certa migrazione di espresso consumanti verso bevande calde come l’orzo o il ginseng. La geosmina, infatti, pare appartenere a quella serie di composti codificati geneticamente nella nostra percezione come indicatori di possibili pericoli, quindi non è necessario che il segnale sia rilevato a livello cosciente e/o identificato semanticamente per produrre rifiuto. In poche parole, anche se il consumatore non si lamenta, abbandona il prodotto.

Insomma, in attesa che qualche guru del marketing ci venda il caffè alla geosmina facendoci credere che sa di sottobosco dopo il temporale, cerchiamo di non averla in tazza.
 

Sprecare caffè per filosofia

di Luigi Odello
(Presidente dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè)

Mi vado a prendere un caffè alla Caffettiera, a Roma, a due passi da via del Corso. Faccio lo scontrino e al solito esito nell’ordinazione, aspettando che arrivi un altro cliente che vuole un espresso. Non mi va l’espresso fatto con il filtro da una tazza: le probabilità che venga male si sommano alle altre possibili cause tutt’altro che infrequenti. Mentre si palesa l’involontario collega mi accorgo che alla macchina, una quattro gruppi a leva, sono solo agganciati filtri da due tazze. La curiosità è troppa e non mi trattengo dal chiedere al barista come fa se arriva un solo utente. Bonariamente mi dice che ha due alternative: il secondo se lo beve o lo butta, ma non vuole servire un caffè inferiore al suo standard. Quindi il filtro da una tazza lo impiega solo per il decaffeinato.

L’episodio mi ha fatto riflettere: l’espresso varia di poco da un bar all’altro di prezzo e soprattutto in funzione della zona, mai della qualità. Per ora l’unica garanzia palese al cliente è data dai bar qualificati dall’Inei, tutti gli altri sono un terno al lotto, per la scelta della miscela, la capacità e l’attenzione nella preparazione.

Davvero non si potrebbe investire qualcosa di più per fare conoscere il bar che alla macchina ha un professionista?

Remo Poli (Italcaffè): “C’è ancora spazio per crescere”

Remo Poli, responsabile qualità di Italcaffè, guarda il mercato con ottimismo e racconta lo sviluppo dell’azienda.

Anche se il 2013 si presenta con molte incognite in Italcaffè si respira un’aria positiva. "Non guardiamo il mercato, i cui consumi sono contratti, ma l’azienda e il suo sviluppo – racconta Remo Poli, responsabile qualità di Italcaffè – La nostra positività deriva dalla certezza dell’alta qualità offerta e percepita dai nostri clienti".

Per questo Italcaffè ritiene che vi siano ancora spazi da occupare nel mercato e possibilità di distinguersi, soprattutto nel canale Horeca. "La nostra linea – continua Poli – propone già una gamma completa in termini di tipologie, formati e modalità di consumo, disponibili sul mercato per l’Horeca e la Gdo. Stiamo valutando di adottare nel porzionato capsule biodegradabili per una questione ambientale. Una decisione che deve tenere però conto che il costo di capsule simili è molto più alto di quelle tradizionali e va quindi a incidere sul prezzo al consumatore finale".

In questo senso l’offerta di prodotti di questo tipo potrà avere maggiore successo proprio nelle famiglie già orientate a una gestione domestica ecocompatibile.

La qualità del caffè vista dalle importazioni

di Luigi Odello

Presidente dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè e del Centro Studi Assaggiatori, segretario generale dell’Istituto Nazionale Espresso Italiano. 

Un giorno un amico che si occupa di indagini di mercato mi disse che per vedere come mangia una famiglia non c’è nulla di meglio che visitarne la dispensa. Ci è parso quindi interessante applicare la metodologia per avere un indicatore della qualità del caffè che gira sul mercato andando a vedere ciò che i torrefattori mettono in dispensa.

Sempre dubbiosi della nostra percezione di assaggiatori, certi che nella nostra spasmodica ricerca del piacere attraverso il caffè possiamo essere tentati dalla generalizzazione indotta dai cattivi incontri, avremmo voluto ricevere dalle statistiche sulle esportazioni dei paesi produttori una secca smentita alla nostra convinzione che la qualità sensoriale sta peggiorando. Purtroppo invece abbiamo avuto una conferma: le esportazioni di Robusta nel 2012 sono aumentate del 24,2% rispetto al 2011 (dato del Comitato Italiano Caffè).

Anche qui non vogliamo generalizzare: sappiamo benissimo che la distinzione per specie non è garanzia di qualità, ma sul globale, soprattutto con un dato così eclatante, non possiamo che ravvisare una tendenza dei torrefattori al risparmio sulla materia prima a discapito della qualità in tazza.

A quando un’inversione di tendenza? 

Luigi Zecchini guarda oltre: l’espresso italiano nel vending e nel porzionato

Con l’inizio del nuovo anno Coffee Taster indaga cosa succederà nel settore del caffè. Iniziamo riportando un passaggio di una nostra recente intervista a Luigi Zecchini, presidente Inei e presidente di G.I.Fi.Ze. S.p.a. (marchi Filicori Zecchini e Club Kavè) in merito alle prospettive per il 2013.

In assoluto continuiamo la nostra politica orientata principalmente alla qualità del prodotto. Un obiettivo che cerchiamo di raggiungere anche attraverso il supporto formativo quale Punto di Formazione Permanennte dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè a cui affianchiamo proposte personalizzate e di specializzazione dedicate ai professionisti del canale bar.
Stessa filosofia per lo sviluppo del settore vending in cui abbiamo la ferma volontà di inserire caffè selezionati in un canale che solitamente offre prodotti di basso profilo. Un progetto che si appoggia su strutture già esistenti e sulla rete già presente sul territorio instaurando delle partnership con quelle realtà che si dimostrano all’altezza e capaci di sviluppare questo cambiamento di rotta verso un livello superiore dell’espresso anche nei servizi automatici.
La stessa idea l’abbiamo pensata anche per il settore del porzionato, pensando alle capsule quale valida alternativa al tradizionale espresso. Crediamo molto in questa idea dove, come si dice in questi casi, ci mettiamo la faccia presentandoci con la nostra azienda, ma ancor più con il nostro marchio Filicori Zecchini.

Non siamo capaci di copiare

di Luigi Odello

Presidente dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè, è professore di Analisi sensoriale alle Università di Udine, Verona e Cattolica di Piacenza. E’ inoltre presidente del Centro Studi Assaggiatori e segretario generale dell’Istituto Nazionale Espresso Italiano. 

Un tempo ci si lamentava dei Giapponesi, dicendo che sapessero fare copie perfette migliorando addirittura l’originale (ora lo stesso si dice dei cinesi). Per contro gli Italiani sono noti per la loro creatività, tanto che non riescono neppure a fare copie perfette di quello che fanno usualmente. Di certo non sanno copiare.

La conferma l’abbiamo avuta, nel caso ce ne fosse bisogno, in un test svolto recentemente su caffè in cui un’azienda italiana ha cercato di emulare un produttore straniero con preparazioni particolari. Mediamente i risultati dell’azienda italiana sono stati inferiori a quelli del torrefattore estero.

La cosa fa riflettere. Quale sarà il nostro destino se invece di difendere l’Espresso Italiano facendolo sempre meglio ci mettiamo a rincorrere business dove gli altri vantano decine di anni di esperienza?

Nella realtà ci sono segnali forti che noi stiamo svilendo l’Espresso Italiano. Lungi da qualsiasi generalizzazione, ma nel momento in cui non difendiamo più la qualità della miscela – e per renderci conto di questo basta dare un’occhiata alle importazioni di caffè verde – noi mettiamo un’ipoteca sull’insuccesso. E quando le torrefazioni abdicano in favore di terzi la formulazione della miscela o comunque prendono scorciatoie produttive per risparmiare, o presto o tardi, gli effetti nefasti si renderanno evidenti.

Senza contare che la rinuncia alla qualità agisce sull’orgoglio, sulla sicurezza e quindi sull’efficacia dell’argomentazione quando si va a vendere. A questo non si pensa mai o comunque si pensa troppo poco. Il torrefattore che è convinto della sua qualità potrà infatti apparire supponente, ma trasferisce ai collaboratori la migliore arma mai messa a punto per controbattere alla richiesta di sconti e per motivarli nella ricerca di nuovi clienti.

La salvezza dell’Espresso Italiano sta nel farlo sempre meglio, nel garantire al consumatore un piacere unico fatto di percezione sensoriale amplificata dal sapere di consumare l’espressione autentica di un territorio.  E’ di questi giorni la notizia del notevole successo che sta avendo l’esportazione del vino, nonostante la crisi. Ma il vino il vino italiano ha fatto tesoro del tragico evento metanolo e da allora non ha più ceduto alla chimera dei guadagni facili in carenza di qualità. Non è che il caffè stia percorrendo la strada contraria? Dando un occhiata alle miscele che prendono la via dell’estero e alle probabilità che ha un turista di incappare in un espresso scadente il sospetto ci attanaglia.