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Il futuro del caffè: Manuel Diaz a Milano il 26 febbraio parla delle minacce e delle opportunità
La caffeina è utile a noi o alla pianta?
Luigi Odello
(Presidente dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè)
Quando un paese non si sente minacciato licenzia l’esercito. Lo stesso fa la pianta del caffè con la caffeina che in pratica costituisce una delle sue armi di difesa nei confronti dei patogeni in agguato. L’attitudine alla produzione di caffeina è comunque nel patrimonio genetico della pianta ed è difficile farle cambiare la propensione alla sua produzione. Il ricercatore brasiliano Mazzafera era riuscito, attraverso la manipolazione genetica, a ottenere una pianta che non produceva caffeina, ma riproducendola generava individui che tornavano ai livelli tradizionali. Fatto sta però che quando la pianta non deve difendersi da attacchi esterni ne produce di meno: la Robusta, quando coltivata in ambienti salubri, come per esempio ad altitudini elevate, riduce la sua produzione. E lo stesso avviene con l’Arabica. Quasi parallelo è l’andamento degli acidi clorogenici che costituiscono un altro mezzo di difesa importante in quanto composti temuti dalle muffe perché in grado di disattivare i loro enzimi agendo sulla parte proteica.
Per gli umani sono quindi importanti i caffè ottenuti da piante che non avevano grandi necessità di difendersi in quanto i medici sono abbastanza concordi sul livello massimo giornaliero di assunzione di caffeina: 300 milligrammi. Questo significa che possiamo permetterci 6 o 7 espresso se l’alcaloide è intorno ai 40-50 milligrammi, ma dobbiamo scendere alla metà con caffè ad alto contenuto in caffeina. Ed ecco un altro vantaggio che il mondo avrebbe passando all’Espresso Italiano: un moka può contenere il doppio di caffeina e un americano tre volte. Ma abbiamo parlato di Espresso Italiano: 7 grammi di caffè per ottenere in tazza 25 millilitri in 25 secondi. Se passiamo alle recenti invenzioni di 9/10 grammi le cose ovviamente cambiano.
Quel cattivone del Robusta
di Carlo Odello
(consigliere e docente dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè)
Più di una volta facendo assaggiare un caffè con un’alta percentuale di chicchi immaturi, alla domanda di cosa si tratti, la risposta è quasi invariabilmente: Robusta. Probabilmente a trarre in inganno sono l’amarezza eccessiva, la sua parte vegetale e l’astringenza, ma in fin dei conti ci sarebbero alcuni buoni motivi per scagionare il Robusta. E invece no, l’interlocutore appena sente un caffè che non lo convince ti guarda e dice: Robusta.
Poiché un approccio sensoriale non aiuta a comprendere compiutamente questo atteggiamento censore e colpevolista nei confronti del Robusta, mi sono domandato quale modello possa spiegare questa avversione. Forse ci può venire in aiuto la teoria della fiaba elaborata dal linguista e antropologo russo Propp. Questo studioso si è dedicato alle fiabe per una vita. In breve, si è domandato quali fossero gli elementi chiave di una fiaba e tra i tanti ha evidenziato come vi siano sempre un eroe e un antagonista. Il buono e il cattivo.
Nella fiaba del caffè l’eroe è l’Arabica, l’antagonista, il cattivo, è il Robusta. Se vi piace, potete immaginare la situazione anche come un western in cui la prima è lo sceriffo e la seconda è il bandito, quello che nei finali migliori finisce steso a terra con un pallottola nel cuore. Poco importa che vi siano Robusta decisamente migliori di alcuni Arabica. Recentemente, per fare un esempio, ho assaggiato un India Cherry in Corea decisamente interessante e ancora più recentemente un India Parchment in Italia che dà i punti a molti Arabica come pulizia del profilo (e costa anche di più).
Ma il mondo ha bisogno di cattivi. E anni di 100% Arabica ne ha confezionato uno davvero perfetto: il Robusta. Il fatto curioso è la cultura nordamericana nel caffè, dopo anni di caccia alle streghe, sta riscoprendo i buoni Robusta. Pentimento tardivo o ricerca di nuove opportunità di business? Questo non saprebbe dircelo neanche Propp.
Pura Arabica: ma esiste?
di Luigi Odello
(Presidente dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè)
Sì, esiste, e sempre di più è una bufala, uno specchietto per le allodole. Che l’Arabica abbia mediamente un marcia in più rispetto alla Robusta ne siamo da sempre assertori, ma che sia sufficiente la specie a garantire la qualità della miscela l’abbiamo escluso da sempre.
Ma dato che fare il “pura arabica” è diventato il plus più conosciuto e riconosciuto dal mercato, c’è chi se ne vanta mandando in giro sacchetti pieni di verdoni, a volte in compagnia di chicchi fermentati e di altri dal fragrante aroma di terra bagnata, pavimento di cantina umida e buccia di salame.
Il mese scorso abbiamo dovuto fare una piccola ricerca sulla composizione di miscele eccellenti rilevando come ben poche erano pura Arabica. Ancora oggi ci stiamo chiedendo che cosa sarebbe cambiato togliendo quella piccola percentuale di Robusta che contenevano. Forse nulla, forse è solo un modo per garantirsi la simpatia del barista.
Esiste la Robusta del vino?
di Luigi Odello
Segretario generale dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè, è professore di Analisi sensoriale alle Università di Udine, Verona e Cattolica di Piacenza. E’ inoltre presidente del Centro Studi Assaggiatori e segretario generale dell’Istituto Nazionale Espresso Italiano.

Non ce l’abbiamo con la Coffea canephora, ma questa volta proprio non possiamo fare a meno di considerare alcuni suoi caratteri che non solo ne giustificano l’impiego nella nostra tazzina nazionale, ma da certuni la fanno considerare indispensabile. Ci riferiamo alla sua dote di dare corpo al caffè, ineguagliabile per alcuni torrefattori (soprattutto per quelli risparmiosi e con poca voglia di lottare con i baristi), facilmente surrogabile da Arabica di certe provenienze ben maturi e cotti alla perfezione per altri.
Vogliamo mettere da parte le malizie e considerare solo la parte tecnica della questione: la ricerca di caffè concentrati, spessi, quasi colloidali. Quei caffè che sostengono con successo l’orrenda prova dello zucchero. Sono ancora di moda o stanno facendo la fine del vino da degustare che però poi non si beve?
Fino a una ventina di anni fa nel vino si cercava la beverinità: fresco e fruttato si diceva che doveva essere. Poi piano piano si è fatta strada la tesi dei grandi critici: vini polposi, concentrati, muscolosi. Le aziende hanno sacrificato sull’altare dell’economia aziendale veri patrimoni per aumentare la densità dei ceppi nel vigneto, ridurre la quantità di acqua nei mosti, costruire barricaie perché con quel tocco di legnoso americaneggiante il proprio vino era à la page. Il risultato? La riduzione dei volumi consumati. D’altronde, vi ci vedete voi a pasteggiare con un Amarone, uno Shiraz australiano o un Cabernet cileno con gradazioni alcoliche che girano intorno al 15%? Ora sta iniziando il ritorno al vino da bere, più consono tra l’altro alle enologie francese e italiana che puntano sull’eleganza e non sullo stupore.
A questo punto ci chiediamo se non ci sia da fare un ripensamento sul caffè: conta davvero molto avere una “pasticca” di caffè dovendo subire di frequente lo scotto di sentori di terra, corteccia bagnata, pavimento di cantina umida, farmacia e iodato fenico, normalmente accompagnati da una buona astringenza?
Torniamo a insegnare alla gente l’eleganza, proponendo espresso italiano con una crema di finissima tessitura, un profilo tattile e gustativo all’insegna della setosità e un aroma distinto da pregevoli note di fiori e frutta fresca, frutta secca e spezie appena accennate.
