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Caffè e Barolo libre

di Luigi Odello

Presidente dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè e del Centro Studi Assaggiatori, segretario generale dell’Istituto Nazionale Espresso Italiano. 

 Un giorno un produttore di Barolo volle visitare un grande cliente, perché non riusciva a capire come un locale notturno potesse consumare un paio di casse la settimana del celebre vino. Vero è che non prendeva i cru e nemmeno le annate famose, ma comunque il consumo era consistente. Così, da solo e in incognito, si avventurò in quell’ambito a lui così poco noto. Era dai tempi della scuola che non metteva più piede in un locale di quel tipo. Ne uscì dopo neppure mezz’ora, barcollando senza avere bevuto. Costeggiava il fiume che c’era lì vicino con decisi intenti suicidi, ai quali rinunciò solo perchè non aveva avuto modo di scrivere un commiato ai suoi famigliari. Il motivo di tanta disperazione era dovuto al fatto di avere constatato con i propri occhi che il suo Barolo finiva con la cola per long drink che venivano venduti come Barolo libre, versione light del celebre cocktail, e tracannati senza neppure chiedersi di chi fosse il vino.

Ma era un produttore di Barolo. Se fosse stato un torrefattore probabilmente si sarebbe complimentato con il gestore del locale e lo avrebbe invitato gratuitamente a frequentare l’ultimo corso di caffetteria della propria scuola aziendale. Questo nuovo percorso formativo si chiama “mischia mischia”. Lo sa anche il torrefattore, il nome è sbagliato, perchè qualcuno l’ha inteso male e ora taglia il suo caffè con quello comprato a 3,99 euro al supermercato. Ma sta diventando un successo, i baristi lo amano: in mezza giornata imparano a incorporare un espresso in 173 ingredienti diversi. Soprattutto vanno via con una certezza: quello che conta per il successo è la fantasia. Con questa dote e qualche ingrediente non è più importante sapere tarare il macinadosatore, né guardare che in tazza ci siano 25 millilitri, né imparare a valutare i 130 parametri che riporta l’ultima mappa sensoriale dell’espresso. Un po’ è contento anche il torrefattore, che non ha più contestazioni se il caffè viene bene o meno. Tutti soldi di assistenza risparmiati.

E’ a questo che dobbiamo preparaci in Italia? Pare di sì. Il “liceo del caffè”, dove si impara attraverso i propri organi di senso a riconoscere le buone caratteristiche di una miscela, a gestire correttamente un macinadosatore e una macchina si può tranquillamente saltare. Si passa subito ai corsi superiori.

Se digitate su un browser “scuole di caffè” Google vi restituisce circa tre milioni di risultati, tanti sono i corsi. Quasi tutti uguali, quasi tutti con l’enfasi per la latte art e il bere miscelato. Argomenti dei quali siamo profondi estimatori, ma che costituiscono un perfezionamento e non la base per l’operatore dell’ospitalità. Se i programmi sono per lo più simili, i docenti sono per la maggior parte ignoti, quando va bene viene citato il nome, in rasi casi è riportato un breve curriculum.

L’attività formativa è quanto di più importante per il settore del bar per affrontare con successo l’attuale momento, ma i torrefattori devono avere le idee chiare, altrimenti rischiano. E con loro rischia il made in Italy e rischia l’Espresso Italiano.
Per fortuna non tutto è così. Ci sono aziende che tengono alta la nostra cultura senza fare sconti per le mode, che non diventeranno mai tradizione perché innovazione non sono.

Alla scoperta del caffè indiano: un viaggio sensoriale e commerciale

di Carlo Odello

Docente e consigliere dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè

Negli ultimi anni ho avuto la fortuna di girare un po’ per il mondo. Ho conosciuto e generalmente apprezzato culture nuove, talvolta sono arrivato in alcuni paesi quasi fortuitamente. Ma non ho mai toccato l’India. Sarà per questo che progettare il primo viaggio alla scoperta del caffè indiano è stato in verità dare vita a un desiderio un po’ atavico: iniziare a capire, in modo molto parziale ovviamente, il subcontinente. Capire chi è questo vicino di casa un po’ scomodo della mia amata Cina. Capire chi sono questi signori che tanto caffè destinano al mercato italiano.

Un viaggio quindi nel Karnataka, dal 9 al 16 dicembre, con il patrocinio dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè: perché? Credo vi sia più di una buona ragione. Da un punto di vista sensoriale si tratta di andare a toccare con mano una terra, e una cultura, che fornisce il nostro mercato con quantità importanti di caffè verde. Si tratta quindi di arrivare alla fonte, ai luoghi di produzione e di provare il caffè laddove nasce, ancora prima che le mani sapienti dei nostri torrefattori lo tostino e lo miscelino. Se si è torrefattori, alla curiosità sensoriale si unisce un motivo non certo secondario: sedersi al tavolo con i produttori, accorciare la filiera valutando così la qualità del prodotto e trattandone il prezzo senza intermediari.

Non mi sarei mai avventurato nella progettazione di questo viaggio da solo. Ho avuto il piacere di collaborare con Andrew Hetzel, consulente americano di chiara fama e profondo conoscitore del caffè indiano. Grazie quindi ad Andrew per quanto ha fatto nella definizione delle visite tecniche e per quanto farà: sarà lui ad accompagnare i partecipanti al viaggio nelle piantagioni, a presentargli i proprietari delle stesse, a spiegare il senso ultimo del caffè indiano oggi. Ma non sarà certo solo: con i partecipanti viaggerà anche Manuela Violoni, consigliere dello Iiac e sensorialista, l’occhio italiano sulla qualità del prodotto, sul suo utilizzo nelle nostre miscele.

Se volete saperne di più, se volete valutare l’opportunità di unirvi al gruppo che andrà alla scoperta del caffè indiano, potete scaricare la brochure:

Alla scoperta del caffè indiano, Karnataka 9-16 dicembre 2012

 

Prendiamoci un caffè in Cina: tutti a Caffè Italia

di Carlo Odello

Docente e consigliere dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè

Che l’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè fosse sbarcato in Cina credo già lo sapeste. A dicembre 2010 abbiamo tenuto i primi corsi a Guangzhou e a Pechino. Da marzo di quest’anno il nostro manuale Espresso Italiano Tasting è disponibile in cinese grazie all’opera del nostro consigliere Darcy Sun. A luglio abbiamo organizzato una nuova tornata di corsi e seminari.

Ora eccoci di nuovo a Guangzhou dove l’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè ha patrocinato, insieme all’Istituto Nazionale Espresso Italiano, una nuova edizione di Caffè Italia. Così dopo le edizioni nel 2010 di Tokyo, New York e Parigi e quella di Tokyo del 2011, si aggiunge un nuovo tassello al piano di diffodendere una reale cultura dell’espresso italiano.

Dal 24 al 27 novembre sarà in scena al Guangzhou Coffee Expo 2011 un Caffè Italia forte della presenza di 16 miscele. Un banco d’assaggio che proporrà al pubblico cinese l’espresso italiano nelle sue declinazioni regionali, spaziando dal Piemonte alla Sicilia. Con un’unica idea in testa: continuare a diffondere i canoni del nostro espresso anche in Cina.

La cosa più intrigante di questa nuova puntata cinese? Il fatto che Caffè Italia ha saputo catalizzare l’attenzione di più torrefattori , non pochi dei quali saranno presenti di persona nell’area (se siete curiosi di sapere chi sono, vi rimando alla carta dei caffè, di seguito). La strada del nostro espresso in Cina è lunga, ma intanto noi andiamo tracciandola, sinceramente grati a chi ci sta seguendo.

 

Caffè Italia al Guangzhou Coffee Expo 2011, clicca per ingrandire

Due tesi e tre riflessioni sul prezzo e sul mondo del caffè

Valentina Formenti e Denise Pedroni il giorno 26 ottobre hanno conseguito la laurea magistrale a Brescia presso la facoltà di Economia. Quello che fa del loro traguardo una notizia di rilievo per il nostro mondo è che le tesi di laurea riguardano il commercio internazionale del caffè e prendono in considerazione le due filiere più importanti: l’Arabica brasiliana e la Robusta vietnamita.

La prima riflessione – considerando il fenomeno degli ultimi tre anni, anche se ora si sta per fortuna un poco attenuando – riguarda il prezzo. Il comparto ha vissuto l’evento come un agricoltore vive la grandine che gli falcidia il raccolto: ineluttabile. Ma se si considera la catena del valore si scopre che il segmento fazendero-torrefattore ha una marginalità enorme che se fosse ripartita tra i due citati attori non potrebbe che fare bene a entrambi. Già da tempo i voli per il Brasile (tanto per parlare del paese dove si trova la specie più costosa) sono quotidiani: che aspettano i nostri torrefattori a incontrare i coltivatori di caffè? D’accordo, qualcuno l’ha già fatto con ottimi profitti, ma gli altri?

La seconda riflessione non scaturisce dalla tesi, ma dal fatto di averla vissuta per la ricerca che ha comportato: le due ragazze hanno fatto un lavoro immane, inviando centinaia di mail e recandosi da molti torrefattori per interviste di persona. Con una frequenza inimmaginabile le loro azioni non venivano coronate da successo: il mondo del caffè non parla! Soprattutto gli importatori non parlano. Possiamo comprendere la riservatezza, ma ci è difficile pensare a un evoluzione che determini un reale passo avanti nel commercio del caffè se c’è così poca trasparenza. La cosa buffa è che non parlano neppure i fazendero, che avrebbero invece tutto l’interesse a dire quanto realizzano ora con il loro caffè. Non parlano nell’illusione di poter fare una speculazione, si nascondono mostrando la convinzione che il prezzo è destinato a salire ancora perché i consumi interni aumentano, quando in realtà vivono con la paura di non riuscire a vendere il raccolto nel momento giusto o lo vendono sotto la necessità di avere denaro per pagare i salari e le altre spese.

La terza riflessione riguarda la qualità del caffè: se fazendero e torrefattori non cominciano a parlarsi la cosa si fa davvero grigia. Un coltivatore di caffè non ha la minima coscienza di come debba essere un caffè per Espresso Italiano. Per noi invece sarebbe importantissimo, perché nella stessa classe della classificazione ufficiale, esistono caffè vocati (grande corpo senza astringenza, elevati contenuti in terpeni, forti quantità di proteine, di grassi e di glucidi) e caffè che non hanno vocazione, sono semplicemente senza difetti.

Per un mondo del caffè migliore in cui i traumi siano limitati occorre quindi un cambio di visione: maggiore trasparenza, abbandono di logiche ormai obsolete e desiderio di collaborazione.

Da sinistra: Eugenio Brentari, relatore delle tesi, Denise Pedroni, Valentina Formenti e Luigi Odello, correlatore.

Non siamo capaci di copiare

di Luigi Odello

Presidente dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè, è professore di Analisi sensoriale alle Università di Udine, Verona e Cattolica di Piacenza. E’ inoltre presidente del Centro Studi Assaggiatori e segretario generale dell’Istituto Nazionale Espresso Italiano. 

Un tempo ci si lamentava dei Giapponesi, dicendo che sapessero fare copie perfette migliorando addirittura l’originale (ora lo stesso si dice dei cinesi). Per contro gli Italiani sono noti per la loro creatività, tanto che non riescono neppure a fare copie perfette di quello che fanno usualmente. Di certo non sanno copiare.

La conferma l’abbiamo avuta, nel caso ce ne fosse bisogno, in un test svolto recentemente su caffè in cui un’azienda italiana ha cercato di emulare un produttore straniero con preparazioni particolari. Mediamente i risultati dell’azienda italiana sono stati inferiori a quelli del torrefattore estero.

La cosa fa riflettere. Quale sarà il nostro destino se invece di difendere l’Espresso Italiano facendolo sempre meglio ci mettiamo a rincorrere business dove gli altri vantano decine di anni di esperienza?

Nella realtà ci sono segnali forti che noi stiamo svilendo l’Espresso Italiano. Lungi da qualsiasi generalizzazione, ma nel momento in cui non difendiamo più la qualità della miscela – e per renderci conto di questo basta dare un’occhiata alle importazioni di caffè verde – noi mettiamo un’ipoteca sull’insuccesso. E quando le torrefazioni abdicano in favore di terzi la formulazione della miscela o comunque prendono scorciatoie produttive per risparmiare, o presto o tardi, gli effetti nefasti si renderanno evidenti.

Senza contare che la rinuncia alla qualità agisce sull’orgoglio, sulla sicurezza e quindi sull’efficacia dell’argomentazione quando si va a vendere. A questo non si pensa mai o comunque si pensa troppo poco. Il torrefattore che è convinto della sua qualità potrà infatti apparire supponente, ma trasferisce ai collaboratori la migliore arma mai messa a punto per controbattere alla richiesta di sconti e per motivarli nella ricerca di nuovi clienti.

La salvezza dell’Espresso Italiano sta nel farlo sempre meglio, nel garantire al consumatore un piacere unico fatto di percezione sensoriale amplificata dal sapere di consumare l’espressione autentica di un territorio.  E’ di questi giorni la notizia del notevole successo che sta avendo l’esportazione del vino, nonostante la crisi. Ma il vino il vino italiano ha fatto tesoro del tragico evento metanolo e da allora non ha più ceduto alla chimera dei guadagni facili in carenza di qualità. Non è che il caffè stia percorrendo la strada contraria? Dando un occhiata alle miscele che prendono la via dell’estero e alle probabilità che ha un turista di incappare in un espresso scadente il sospetto ci attanaglia.

Degustazione d’oro per La Genovese

Per festeggiare la medaglia d’oro conquistata all’International Coffee Tasting 2010, il concorso organizzato dall’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè svoltosi a Brescia l’ottobre scorso, La Genovese presenta una giornata ricca di degustazioni.

La manifestazione, che si svolgerà sabato 11 dicembre a partire dalle ore 15, prevede gli assaggi di miscele de La Genovese, compresa la vincitrice della medaglia d’oro.

L’evento si terrà nel centro storico di Albenga (SV), precisamente a Palazzo Scotto-Niccolari. Per maggiori informazioni tel 0182 50452 e info@lagenovese.it
 

Al torrefattore interessa la qualità?

di Luigi Odello

Segretario generale dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè, è professore di Analisi sensoriale alle Università di Udine, Verona e Cattolica di Piacenza. E’ inoltre presidente del Centro Studi Assaggiatori e segretario generale dell’Istituto Nazionale Espresso Italiano. 

Migliaia di test sul consumatore e di test svolti in centinaia di corsi, ai quali partecipano sempre in maggior numero i baristi, ci dimostrano quanto sia ancora poco diffusa la coscienza della qualità – intesa nel senso dell’assenza di difetti e di pregi ben identificati – quando si parla di caffè.
A questo punto vince chi la fa sporca, almeno nel breve periodo. Perché alla lunga è tutto il comparto a perderci e di questo ci dispiace per chi la qualità la persegue con amore.
Ci spieghiamo meglio. Di fronte a certe argomentazioni il barista che accetta un caffè di cattiva qualità comincia a essere dubbioso sul fatto che questa sia la garanzia di avere un futuro, i difetti si affievoliscono, sui pregi ci passa sopra: chi sarà mai quel cliente che si rifiuta di pagare un espresso perché non è buono?
E perché rompersi tanto l’anima a tarare e ritarare il macinadosatore se poi il cliente di caffè non ne capisce un’acca, non è meglio abbondare un po’ di più con quei fantastici chicchi legnosi che ti fanno una bella schiuma anche con 5 grammi? Tutto sommato sembra che la cosa faccia felice l’intera filiera: l’esercente che può mettere alla macchina del caffè anche l’ultimo arrivato e spunta un buon prezzo dal fornitore, l’agente che glielo vende non deve più lottare ogni giorno su lamentele del tipo “il caffè non crema”, il torrefattore risparmia, il trader non ha problemi a reperire il prodotto sul mercato del verde e forse anche qualche proprietario di piantagione che ha messo la pianta del caffè in posti dove avrebbe potuto solo coltivare riso.
Davvero tutta la filiera è contenta? Ci stiamo ancora una volta dimenticando di quel signore che per una tazzina ci ha lasciato quell’euro che tutti considerano ormai insufficiente per remunerare adeguatamente il servizio fornito. Quel signore – è vero – di caffè capisce poco, ma se non lo soddisfa o cambia bar o cambia tipo di consumazione. Poco male, pensano sia il barista sia il torrefattore. Il primo perché se vende un orzo incassa almeno un 20 centesimi in più, che diventano 30 o 40 se vende una bevanda calda al gingseng. Il secondo perché ormai ha messo anche questi “succedanei” a listino ponendo a tacere la sua coscienza con un “il mercato vuole quello”.
Fantastico: tutti d’accordo un’altra volta, ma quel signor cliente è davvero soddisfatto? Pare proprio di no.
Allora bisogna studiare qualcosa d’altro: marocchini, cappuccini (possibilmente con la spruzzata di cacao) e chi più ne ha più ne metta. L’importante è imbellettare, alla moda dei nobili del Rinascimento che non si lavavano e cercavano di coprire tutto con il profumo. A questo punto viene persino il sospetto che una certa aliquota della miriade di scuole nate presso i torrefattori e così impegnate a insegnare bevande a base di caffè abbiano una precisa ragion d’essere.
Ma tutto questo non regge, o meglio può reggere solo sul breve periodo, perché nessuno ha fatto i conti con il fiuto del consumatore. Per quanto si possa essere attenuata la percezione olfattiva negli umani, rimane praticamente impossibile ingannare l’olfatto e quindi c’è una base scientifica sulla quale poggiare la speranza che risulteranno vincitrici le imprese (torrefattori e bar) che perseguono una politica di qualità offrendo prodotti autentici carichi di intrigante attraenza. Il livello di probabilità che questo si verifichi è strettamente correlato con la velocità con la quale procederanno le due opposte tendenze da parte del consumatore: l’abbandono del consumo del caffè e la ricerca di tandem torrefattori/bar che perseguono la qualità. Lo schieramento su opposti fronti di questi ultimi è in via di formazione: voi da che parte starete?

Esiste la Robusta del vino?

di Luigi Odello

Segretario generale dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè, è professore di Analisi sensoriale alle Università di Udine, Verona e Cattolica di Piacenza. E’ inoltre presidente del Centro Studi Assaggiatori e segretario generale dell’Istituto Nazionale Espresso Italiano. 

Non ce l’abbiamo con la Coffea canephora, ma questa volta proprio non possiamo fare a meno di considerare alcuni suoi caratteri che non solo ne giustificano l’impiego nella nostra tazzina nazionale, ma da certuni la fanno considerare indispensabile. Ci riferiamo alla sua dote di dare corpo al caffè, ineguagliabile per alcuni torrefattori (soprattutto per quelli risparmiosi e con poca voglia di lottare con i baristi), facilmente surrogabile da Arabica di certe provenienze ben maturi e cotti alla perfezione per altri.

Vogliamo mettere da parte le malizie e considerare solo la parte tecnica della questione: la ricerca di caffè concentrati, spessi, quasi colloidali. Quei caffè che sostengono con successo l’orrenda prova dello zucchero. Sono ancora di moda o stanno facendo la fine del vino da degustare che però poi non si beve?

Fino a una ventina di anni fa nel vino si cercava la beverinità: fresco e fruttato si diceva che doveva essere. Poi piano piano si è fatta strada la tesi dei grandi critici: vini polposi, concentrati, muscolosi. Le aziende hanno sacrificato sull’altare dell’economia aziendale veri patrimoni per aumentare la densità dei ceppi nel vigneto, ridurre la quantità di acqua nei mosti, costruire barricaie perché con quel tocco di legnoso americaneggiante il proprio vino era à la page. Il risultato? La riduzione dei volumi consumati. D’altronde, vi ci vedete voi a pasteggiare con un Amarone, uno Shiraz australiano o un Cabernet cileno con gradazioni alcoliche che girano intorno al 15%? Ora sta iniziando il ritorno al vino da bere, più consono tra l’altro alle enologie francese e italiana che puntano sull’eleganza e non sullo stupore.

A questo punto ci chiediamo se non ci sia da fare un ripensamento sul caffè: conta davvero molto avere una “pasticca” di caffè dovendo subire di frequente lo scotto di sentori di terra, corteccia bagnata, pavimento di cantina umida, farmacia e iodato fenico, normalmente accompagnati da una buona astringenza?
Torniamo a insegnare alla gente l’eleganza, proponendo espresso italiano con una crema di finissima tessitura, un profilo tattile e gustativo all’insegna della setosità e un aroma distinto da pregevoli note di fiori e frutta fresca, frutta secca e spezie appena accennate.

A Coffee Experience più di 7.000 assaggi in cinque giorni

Si è chiusa con più di 7.000 assaggi la prima edizione di Coffee Experience, il banco di assaggio del caffè svoltosi nell’ambito di Agrifood Club, il salone delle eccellenze agroalimentari italiane organizzato da Veronafiere a Vinitaly con il supporto del Centro Studi Assaggiatori.

I visitatori della più grande fiera al mondo del vino e dei distillati hanno potuto assaggiare 35 caffè tra espresso bar, capsule, cialde e moka nel più grande banco di assaggio del caffè sinora realizzato, un’iniziativa che ha ottenuto anche il patrocinio dell’Istituto Nazionale Espresso Italiano e dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè. Tutti gli assaggi sono stati raccolti su scheda con profilazione socio-demografica dei visitatori. I dati, una volta elaborati, permetteranno di ricavare le nuove tendenze sensoriali.

Per Luigi Odello, presidente del Centro Studi Assaggiatori e professore di analisi sensoriale in università italiane, emerge comunque sin d’ora un dato certo. “Si riscontra una maggiore attenzione da parte del mondo professionale dell’ospitalità a selezionare prodotti di qualità. Una tendenza non percepita ancora completamente dal mondo dei produttori di caffè – ha dichiarato Odello – Coffee Experience alla sua prima edizione è stata una scommessa vinta: Vinitaly non solo ha permesso all’operatore professionale di selezionare vini e distillati, ma gli ha offerto la stessa possibilità per il caffè”.

Un barista ci scrive: “Torrefattori, spiegateci di più”

In risposta all’articolo "Il consumatore al bar non sa cosa beve", ci ha scritto Massimo Limardi, titolare di un bar a Formigine in provincia di Modena. Le considerazioni che esprime ci sembrano uno spunto di riflessione interessante.

Buongiorno, mi chiamo Massimo Limardi e lavoro al Bar 2000 di formigine in provincia di Modena. Faccio questo mestiere da quasi 15 anni, ho 34 anni, e anche mio padre aveva un bar.

Credo che il problema per quanto riguarda il consumatore finale sia importante, ma prima bisogna passare dal barista, che spesso e volentieri viene tenuto all’oscuro dalla composizione della miscela che gli viene venduta. Il rappresentante di qualsiasi ditta di torrefazione è solitamente un buon venditore, ma molto raramente, e voglio essere buono, mi è capitato un rappresentante che utilizzasse un’argomentazione tecnica per cercare di entrare nel mio locale vendendomi il suo prodotto, la maggior parte delle volte centrano il loro discorso sul prezzo.

Nelle migliori delle ipotesi sanno dire, un tanto alla mano, quali sono le percentuali di arabica e robusta, ma se provi a chiedere se si tratta di arabica lavata o naturale non sanno più rispondere, figuriamoci se gli chiedi la provenienza o dati tecnici sulla tostatura. Se proprio ci vogliamo rapportare al mondo del vino almeno i rappresentanti sanno di quali vitigni e fatto quel tipo di vino, quali tecniche vengono utilizzate in cantina, e spesso e volentieri i produttori sono propensi per dare le varie schede tecniche di ogni etichetta da loro prodotta, appunto per sottolineare il loro lavoro, senza nessuna paura.

Io e mio fratello, nel nostro locale, proponiamo una miscela e due monorigine che periodicamente facciamo girare, con una diversificazione del prezzo della tazza a seconda del caffè, spiegando le varie caratteristiche che ci si possono aspettare in tazza a seconda del prodotto di partenza, della provenienza e via dicendo e cercando nel nostro piccolo di fare cultura. Una cultura che prima di tutto deve essere immagazzinata e filtrata da noi, che ci richiede sforzi economici, tutti gli anni investiamo una piccola percentuale dell’utile in corsi mirati, e fisici, visto che il tempo è sempre poco.

Ovviamente tutti questi sforzi non sono supportati dai torrefattori i quali propongono i loro prodotti senza nessuna scheda tecnica o nozioni capaci di stuzzicare la curiosità della clientela, tanto meno la nostra, l’unica cosa a cui sono interessati è mettere sull’insegna del locale il loro nome. Credo che il lavoro da fare sia ancora tanto, e la strada molto lunga se realmente siamo tutti interessati a tutelare il consumatore finale, e ancor di più se vogliamo fare un parallelismo con il mondo del vino.

Nel ringraziarvi per il vostro lavoro, e le opportunità che mi avete dato, e spero ancora mi darete, con i vostri corsi, porgo i più cordiali saluti.