In risposta all’articolo "Il consumatore al bar non sa cosa beve", ci ha scritto Massimo Limardi, titolare di un bar a Formigine in provincia di Modena. Le considerazioni che esprime ci sembrano uno spunto di riflessione interessante.
Buongiorno, mi chiamo Massimo Limardi e lavoro al Bar 2000 di formigine in provincia di Modena. Faccio questo mestiere da quasi 15 anni, ho 34 anni, e anche mio padre aveva un bar.
Credo che il problema per quanto riguarda il consumatore finale sia importante, ma prima bisogna passare dal barista, che spesso e volentieri viene tenuto all’oscuro dalla composizione della miscela che gli viene venduta. Il rappresentante di qualsiasi ditta di torrefazione è solitamente un buon venditore, ma molto raramente, e voglio essere buono, mi è capitato un rappresentante che utilizzasse un’argomentazione tecnica per cercare di entrare nel mio locale vendendomi il suo prodotto, la maggior parte delle volte centrano il loro discorso sul prezzo.
Nelle migliori delle ipotesi sanno dire, un tanto alla mano, quali sono le percentuali di arabica e robusta, ma se provi a chiedere se si tratta di arabica lavata o naturale non sanno più rispondere, figuriamoci se gli chiedi la provenienza o dati tecnici sulla tostatura. Se proprio ci vogliamo rapportare al mondo del vino almeno i rappresentanti sanno di quali vitigni e fatto quel tipo di vino, quali tecniche vengono utilizzate in cantina, e spesso e volentieri i produttori sono propensi per dare le varie schede tecniche di ogni etichetta da loro prodotta, appunto per sottolineare il loro lavoro, senza nessuna paura.
Io e mio fratello, nel nostro locale, proponiamo una miscela e due monorigine che periodicamente facciamo girare, con una diversificazione del prezzo della tazza a seconda del caffè, spiegando le varie caratteristiche che ci si possono aspettare in tazza a seconda del prodotto di partenza, della provenienza e via dicendo e cercando nel nostro piccolo di fare cultura. Una cultura che prima di tutto deve essere immagazzinata e filtrata da noi, che ci richiede sforzi economici, tutti gli anni investiamo una piccola percentuale dell’utile in corsi mirati, e fisici, visto che il tempo è sempre poco.
Ovviamente tutti questi sforzi non sono supportati dai torrefattori i quali propongono i loro prodotti senza nessuna scheda tecnica o nozioni capaci di stuzzicare la curiosità della clientela, tanto meno la nostra, l’unica cosa a cui sono interessati è mettere sull’insegna del locale il loro nome. Credo che il lavoro da fare sia ancora tanto, e la strada molto lunga se realmente siamo tutti interessati a tutelare il consumatore finale, e ancor di più se vogliamo fare un parallelismo con il mondo del vino.
Nel ringraziarvi per il vostro lavoro, e le opportunità che mi avete dato, e spero ancora mi darete, con i vostri corsi, porgo i più cordiali saluti.
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